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Vincitore Premio Internazionale Capalbio 2017

Tutte le foto del mondo tranne una. di Vittorio Pavoncello Edizioni Progetto Cultura

Con postafazione e motivazione del premio di Furio Colombo e un testo critico di Cetta Petrollo

 

Tutte le foto del mondo tranne una.  Sfogliando fra le pagine di Internet un surfista cerca notizie sul dopo tsunami e scopre la storia di Michi un giovane hikikomori che in seguito allo tsunami è costretto a lasciare Tokyo e seguire la famiglia a Okayama per sfuggire al pericolo delle radiazioni. La devastazione del cataclisma si unisce a quella dei rapporti familiari e sociali, con Michi che vive segregato nella sua stanza da quando ha appreso la vera vita del suo migliore amico. La madre sul vassoio dei cibi, che ogni giorno lascia dietro la porta, mette le foto di ciò che lo tsunami ha sconvolto. Nel racconto in prima persona dell’hikikomori la storia del Giappone dal nazismo ad oggi per arrivare a un finale che richiama tutti alle proprie responsabilità, compreso un surfista sullo tsunami.

 In questo racconto, che nasconde la sua misteriosa natura di segreto non svelato sotto l’apparenza di una storia adolescente, di una contrapposizione esistenziale (genitori figli, vecchi e giovani, troppo vicino alla nascita, troppo vicino alla morte) scorre la vicenda semplice e paradossale di un percorso che va da Hiroshima a Miyagi, dalla morte atomica militare alla morte atomica naturale, una serie di fatti che devono comunque compiersi. Anche se il protagonista (un adolescente impegnato a tracciare la linea di confine con padre e madre, attraverso il muro della sua stanza) è deciso a tenere testa.

“Sono figlio unico di genitori unici” proclama. E avverte gli adulti: “i genitori amano i figli come una cosa che gli appartiene e basta. Ne hanno cura. Ma non sanno cosa fare di lui, come d’altronde non sanno cosa fare della loro vita.” Intanto la madre gli fa passare sotto la porta le immagini di ciò che sta accadendo nel disastro nucleare di Myiagi. È un racconto di non appartenenza (“odio il passato perché non c’ero, odio il futuro perché non ci sarò”), di straniazione (siamo in Giappone, eventi luoghi e persone sono giapponesi) di lontananza intesa come modo naturale di stare al mondo. Eppure è una storia d’amore, raccontata in modo diverso che non va perduto.

Furio Colombo - Capalbio, 20 luglio 2017

 

 

Vittorio Pavoncello o dello spaesamento dello tsunami

Un uomo si imbatte in internet in un sito che racconta la storia di due ragazzi giapponesi sopravvissuti allo tsunami del 2011, Michi e Takumi. La narrazione che si dipana nel monologo-diario di uno di loro, Michi, ed in un intenso scambio epistolare con una donna, Asami, si inserisce nel drammatico contesto del triplice disastro, un terremoto, un maremoto e la catastrofe nucleare della centrale di Fukushima.

L'osservatore - narratore, della storia, dalla vita isolata, impiegato in un'industria chimica, che, per lampi, ci lascia scorgere il suo complesso percorso di vita verso una personale emancipazione e accettazione della realtà, con  ricerca di nuovi parametri conoscitivi - ci conduce, attraverso le nebbie dello spaesamento, in territori umani e sociali dove la crisi identitaria del protagonista – non solo crisi di crescita – in accompagnamento con quella  del suo internettiano lettore, ambiguamente corrisponde alla crisi identitaria del secolo, marcando le differenze fra l'essere dentro (alla nuova architettura, al nuovo sistema, alle nuove catastrofi) e l'esserne fuori, volontariamente o meno, come “hikikomori” della e dalla storia.

Il fascino seduttivo di questa narrazione consiste proprio nel suo muoversi al confine fra eventi privati  ed eventi pubblici, in frammentazione e giustapposizione di vari piani narrativi, l'io narrante “da fuori”, l'io narrante “da dentro”, la forma dialogica di buona parte della struttura del libro, la forma diaristica procedente verso il climax della conclusione, la conversazione del narratore con sé e con l'oggetto esaminato, l'annunciarsi e lo scomparire e riapparire dei personaggi come in una rappresentazione teatrale, le pause espressive costituite dagli inserti poetici che pausano le vicende e le chiosano :

 “La cittadina di Otsuchi, nella prefettura di Iwate, / è stata cancellata. / Chi dispera nella sua mezza età/ non lontana dalla centrale di Fukushima/ scoppio di sabato, allarme di ieri. /[...] iodio non radioattivo, / per alzare una barriera/ allo iodio radioattivo. Nome in codice 131. / nell'atmosfera trasportato/ pericolosamente dal vento/ può arrivare anche molto lontano. / tracce di iodio radioattivo trovate/ nell'acqua di un rubinetto a Tokyo/ e in altre aree limitrofe.”

Si avverte, in questo romanzo, l'importanza dell'esperienza drammaturgica e cinematografica di Vittorio Pavoncello – diversi testi messi in scena e tre lungometraggi – una, ben avvertibile, confidenza con il movimento prospettico che, più di ogni altro il linguaggio dello spettacolo riesce a realizzare.

La valenza storica e sociologica del romanzo che si impone e, garbatamente, ci conquista, ci presenta, insieme ai detriti prodotti dallo sconvolgimento della natura, i detriti dello sconvolgimento della transizione, ben simboleggiati dalla catastrofe – da un vecchio a un nuovo sistema produttivo, da una forma di capitalismo ad un'altra, da una catena di produzione a un'altra. Residuano relitti che si insinuano sotto alla porta chiusa della coscienza del hikikomori, tentano di schiudere i cancelli della sua negazione, fotografie di altri anni, frammenti di ricordi, finzioni del sentimento.

I due amici, Michi e Takumi, rappresentano i due modi diversi del rifiuto, la scomparsa dalle relazioni e la rinuncia alla vita. Narrazione globale di una generazione che galleggia sopra la distruzione di un secolo e dei suoi riferimenti conoscitivi, ideologici, politici e produttivi, in mosaico minuto di momenti e di giorni, interrogandosi sulla stessa ragione del suo essere nata.

“Rido perché penso che le famiglie dovrebbero essere più attente prima di prendere un figlio in casa! Non si sa mai chi si nasconde dietro quell'apparente frugolino che si accoglie in fasce. Riesco a vedere contemporaneamente la foto di Michi, Takumi e la mia. Io non c'entro niente con le loro storie, la mia è troppo diversa, eppure mi piacciono e mi hanno aiutato a capire la vita, l'amicizia, il mondo in cui viviamo.  Riguardo solo la mia foto. Avrei voglia di metterci a fianco una foto di quando sono rinato. Ma non so quando accadrà e se accadrà.”

 Cetta Petrollo

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