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Monografia a due.
La compagnia Scimone - Sframeli:
dalla forma al movimento.
di Francesca Bini e Valeria Semproni
Dal 24 novembre al 13 dicembre 2009 il Teatro Valle di Roma ha ospitato, in
linea con il suo progetto annuale, la monografia della compagnia
Scimone-Sframeli. Al primo spettacolo presentato, Pali, ultimo in
ordine di produzione, hanno fatto seguito La festa, Il cortile
e La busta. Diversamente dalla scelta del Valle, reputiamo giusto
seguire qui l’ordine cronologico delle opere per delineare l’andamento
drammaturgico e attorale del duo siciliano.
Dopo Nunzio e Bar, entrambi in dialetto messinese, Spiro
Scimone, che è l’autore di tutti i testi portati sulla scena dalla coppia,
abbandona la sua lingua madre ne La festa. Nel 1997 il testo riceve
il premio Candoni Arta Terme per la nuova drammaturgia e nel 2007 viene
messo in scena dalla Comédie Française e inserito nel programma della
Stagione Culturale della Presidenza Francese dell’Unione Europea per essere
rappresentata insieme a Les
Précieux
ridicole
di Molière.
Il casuale e asfittico incontro di due pareti che
catturano la luce artificiale è la base di una casa qualunque, di una
famiglia qualunque. Sulla sinistra una porta, via di fuga verso il buio
esterno o ingresso obbligato nella realtà familiare; sulla destra una cucina
immaginaria, da cui il cibo arriva come sputato o già masticato. Gli
accessori necessari sono una madre, un padre e un figlio. Il pretesto della
storia è la ricorrenza dell’anniversario di matrimonio della coppia
interpretata da Spiro Scimone, la madre, e Francesco Sframeli, il padre. Ciò
che abbiamo di fronte è una situazione comune, in cui il pubblico è portato
naturalmente a identificarsi, solo apparentemente frivola, ma in realtà
tutta sviluppata su una base di amara tragicità. I tre personaggi sono i
vertici di un triangolo il cui punto di raccordo è costituito solo dalla
madre, figura di mediazione tra un padre e un figlio incapaci di
comunicare. Con
un paio di calzini grigi, lei muove i suoi piccoli e veloci passi, tiene le
braccia serrate su un ventre quasi inesistente e accompagna le sue parole
con lievi movimenti della testa. Così Spiro Scimone, come lui stesso ha più
volte sottolineato nelle varie occasioni di incontro, costruisce il proprio
personaggio a partire dallo studio del corpo e della gestualità. La madre è
per antonomasia una figura apprensiva, sempre presente con domande che
possano placare le sue preoccupazioni: dove andrà il marito una volta fuori,
lavorerà o andrà a bere? Riuscirà a comprare lo champagne per la festa? E il
figlio, una volta sveglio, lavorerà o andrà a bere? E chi pagherà
l’idraulico affinché l’acqua torni calda? Il momento della festa per lei è
fondamentale ed è il pretesto per la ricerca di un unione familiare forse
mai esistita. Allo stesso modo Francesco Sframeli plasma sul proprio corpo
il personaggio del padre. L’incontro tra i due avviene in modo del tutto
funzionale: inarcato così all’indietro, con il ventre prepotentemente spinto
in avanti, Sframeli disegna la condizione di un uomo sempre in bilico tra
lucidità e perdizione, stato esistenziale e vera e propria instabilità
fisica. Il disequilibrio sulla pianta dei piedi è costante e lo porta a una
micro oscillazione del corpo
continua; i suoi gesti non si concludono mai, anche
quando vorrebbe reagire all’incessante logorrea della moglie. Il tempo della
rappresentazione è continuamente sospeso da brevi momenti musicali che
corrispondono ad un fermo immagine della scena. E così di volta in volta si
chiude un ciclo e ne ricomincia un altro marcato sempre dallo stesso ritmo
di azione e di parola.
La ciclicità del suono diventa una costante di tutti
gli spettacoli della compagnia,
una sorta di litania che si insinua,
nella mente degli spettatori. I flussi di parole si
incatenano gli uni agli altri, girano intorno alla stessa serratura aperta
solo dalla parola chiave, creando un grande vortice ridondante, e la
sensazione è che ogni singolo termine rimbalzi continuamente da una parete
all’altra.
Due voci dai timbri differenti, ma dalla stessa
impronta, popolano un anonimo cortile le cui fondamenta sono corrose dalla
voracità ferina di un topo. Ne
Il cortile
(premio Ubu 2004 come miglior testo italiano), una landa desolata in cui il
suono si perde, ospita scheletri di oggetti ammassati, resi funzionali solo
dalla presenza di tre personaggi. Anche questa volta sono gli emarginati a
parlare, spinti dalla fame, dalla sete, dai bisogni fisiologici o
semplicemente dalla paura del silenzio. I dialoghi per gli abitanti del
cortile sono confortanti, ma le parole cadono nel vuoto e si disperdono
nell’ampio spazio subito dopo essere state pronunciate. Tutto è ricoperto da
un velo di polvere, segno dell’incessante scorrere del tempo e dell’umana
indifferenza. Il personaggio di Scimone è invecchiato nella voce come nel
corpo e si prende cura di un infermo Francesco Sframeli costretto
all’immobilità. È indubbio che
Il cortile
sia lo spettacolo in cui l’influenza drammaturgica beckettiana si fa più
sentire, tutto è vano in un mondo dove gli anziani vengono relegati nei
terrazzi per lasciare il posto a degli eredi ingrati.
Il cortile,
e in particolare
La festa, sono a parer nostro le performance
più riuscite della compagnia, è qui che le scelte drammaturgiche di Scimone
e le modalità recitative degli attori si spiegano nella loro complessità. La
scrittura di Scimone non è testo letterario ma prende vita direttamente
dalla scena e gli scambi dialogici, i movimenti scenici, le trovate
scenografiche, procedono in parallelo tanto che lo spettatore, così
coinvolto, non si accorge dello scorrere del tempo. In questo processo
logico ogni istante si congiunge all’altro e le singole cose prendono posto
all’interno di quel flusso di parole che, ininterrotto, giunge sino a noi.
In tutto ciò risalta la ricerca recitativa di Francesco Sframeli e ci
emoziona: di fronte ad ogni personaggio è tangibile l’amore per il
particolare, l’espressività del volto ne raccoglie l’essenza e c’è sempre
quel gesto reiterato assunto come segno distintivo. Quando l’attore non è in
scena si attende il suo arrivo e con lui il suono di quella voce
particolare, altalenante e ricca di sfumature.
Il terzo spettacolo, presentato per ultimo al Teatro
Valle, è
La busta,
scritto nel 2006 e portato in scena per la prima volta con la regia di
Sframeli al Festival di Asti, co-produzione del Teatro di Messina. Anche qui
il racconto è quello di un universo che è di tutti, la realtà che ogni
giorno ci troviamo non solo a dover affrontare, ma anche a subire.
La busta
rivela il dietro, il rovescio della medaglia, ciò che va al di là
dell’apparenza. Un signore (Francesco Sframeli) di cui è ininfluente sapere
il nome, riceve una busta e si reca “in quel posto” per capirne il motivo.
Lì incontra il segretario (Spiro Scimone), il cuoco (Gianluca Cesale) e un
misterioso personaggio che vive dentro un armadio, mangia in una scodella
per cani e si attribuisce un passato da ballerino (Salvatore Arena). Il
signore vuole parlare con le autorità perché è dal presidente che ha
ricevuto la convocazione. Giunto in una grande sala fa l’incontro che
determinerà la sua fine: è di fronte al segretario del presidente che viene
continuamente catturato dalla propria immagine riflessa in uno specchietto.
L’aver ricevuto la busta, dice il segretario, implica una colpa, perché se
ti arriva la busta a casa è un “macello”, la busta non arriva a caso, se ti
arriva la busta di sicuro qualcosa hai fatto. L’uomo da indagatore diventa
indagato. Così, seduto su una piccola sedia, viene costantemente a contatto con il mondo dei carnefici
che mascherano le lontane urla di sottofondo come risultato delle loro
“lezioni di democrazia”. Il “maestro-segretario” sale con passi pesanti la
lunga scala che conduce in un retroscena di violenza e di sangue, ostentando
con orgoglio l’amato manganello. Di fronte ad una realtà estremizzata fino
al paradosso di un cuoco di carni umane e di un presidente che sembra non
esserci, ma che poi appare inaspettatamente, viene voglia di nascondersi
nell’oscurità del palchetto. Ne
La busta
non c’è scampo, c’è la denuncia di una realtà in crisi che forse trova un
suo sbocco nel progressivo distacco e nel successivo innalzamento sui
Pali.
Pali (scritto nel 2009) è la fine di un percorso
necessariamente destinato a continuare. È, secondo il nostro punto di
vista, uno spettacolo di passaggio diretto verso nuove soluzioni
drammaturgiche e dunque ideologiche. La scena si apre con una struttura a
tre pali, due dei quali occupati rispettivamente da uno Spiro Scimone,
operaio senza mani che si stringe tenacemente a ciò che lo eleva dalla
merda, e un Francesco Sframeli, la Bruciata, prostituta dalla camicia e le
ballerine rosso fiammante. I pali elevano questi ed altri esempi di un
umanità emarginata da un mondo da loro stessi denunciato come “un mare di
merda”, una melma densa che niente ha a che vedere con la naturale distesa
di acqua. Infatti il mare, soprattutto per due siciliani, è qualcosa di fin
troppo nobile da accostare alla desolazione che i protagonisti hanno davanti
agli occhi, neanche con delle piccole imbarcazioni la merda può essere
dissimulata e fatta sembrare altro da sé. Logico principio di identità e non
contraddizione ripetuto più volte durante lo spettacolo. Alla Bruciata e al
Senza mani si aggiungono con un ingresso musicato altri due personaggi, il
Nero e l’Altro, Gianluca Cesale e Salvatore Arena. La dinamica di distacco
dal suolo sarebbe vana se non prevedesse il coinvolgimento dell’altro,
dunque chi è già sui pali invita il prossimo a questa “ascesi”. Il Nero
inizialmente non si rende conto della propria condizione, lava i panni degli
altri e li stende sul quel filo che simbolicamente unisce i pali tra loro,
ma sarà poi il primo che raggiungerà la Bruciata e Senza mani. Questa nuova
condizione esistenziale permette all’uomo di non perdersi nulla, di aver
maggior controllo grazie al possesso della facoltà di decidere dopo rispetto
al susseguirsi degli eventi, avendo ormai una visione completa di ciò che
c’è sotto e in lontananza. Sui pali tante cose non succedono perché salire
sui pali in qualche modo significa sradicarsi dalle bassezze futili della
nostra esistenza per acquisire consapevolezza: tirarsi fuori dalla merda e
poterla osservare dall’alto.
Dopo questo percorso di verticalità, l’immagine finale
dello spettacolo è quella dei quattro attori ognuno sul proprio palo: quadro
tanto eloquente quanto temporaneo. La storia deve avere un seguito perché il
contatto con le proprie radici sia riscoperto partendo nuovamente dal
basso, da ciò che dall’alto abbiamo faticosamente metabolizzato. Per questo
secondo noi
Pali è uno spettacolo che non mostra in
scena la sua reale conclusione. È un processo di acquisizione che passa
dalla non azione, al recupero dell’azione bruciante.
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