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Salvatore Giunta      Tagli di Luce e nuovi Spazi

Lo spazio dove Salvatore Giunta ha deciso di mostrare i suoi nuovi lavori non è molto ampio e ci troviamo all’interno della Stamperia del Tevere dove i fogli di  grafica sono stati testati nelle prove di stampa e quindi dati alla luce. Da qui se ne potrebbe trovare  una ragione per  il titolo della mostra: tagli di luce e nuovi spazi.  Sebbene le due preposizioni soddisfino la risultante spaziale nel luogo della mostra non è qui che si deve cercare l’originalità della proposta.  Lo spazio a cui è interessato Giunta non è propriamente quello espositivo che egregiamente contiene le opere ma lo spazio dell’incisione stesso.  Osservando le sue incisione si sente che il nuovo spazio a cui allude è quello della lastra incisa. Non una superficie data e da riproporre in senso illusionistico ma l’abolizione della lastra come luogo privilegiato per segnare ciò che l’artista vuole esprimere.  La tecnica dell’incisione è un luogo dove i confini sono dati , dove le dimensione geometriche della lastra delimitano tutte le possibili fantasie e possibilità creative dell’artista che su di questa incide. Salvatore Giunta preferisce altro, ovvero  dare altri vincoli alla lastra da imprimere e stampare su carta. Tende a dare un vincolo olonomo  alla superficie da incidere: un olonomo è sostanzialmente un vincolo che limita le configurazioni assumibili da un sistema nello spazio. In questo caso non  sono le configurazioni disegnate o incise sulla lastra ma l’insieme di lastra e oggetti da imprimere che hanno come vincolo non più la lastra ma  la superficie stampata ed in questo caso la carta e la dimensione del foglio.  E’ questa una richiesta radicale di libertà da parte dell’artista incisore che non vuole più la riproduzione della lastra sulla carta, ma la riproduzione di tutto ciò che vuole imprimere e stampare su foglio. Abbiamo così insieme alle lastre  anche aste o cannucce che passate sotto il torchio innervano la superficie del foglio con incavi che prenderanno ombre e luci a seconda dell’illuminazione della sala, armonizzandosi in luci ombre e figure che tolgono allo stesso foglio la realtà di superficie per divenire una stratificazione di collage. E Giunta non lesina alle sue opere di contenere oggetti astratti ma geometricamente reali come cerchi o ritagli neri di papier collè. A questo punto sorge spontanea e anche legittima la domanda se di incisioni o di collage si tratta? La famosa battuta di Max Ernst che di collage se ne intendeva : “Non è la colla che fa il collage!” ci aiuta a comprendere che è ancora nell’ambito dell’incisione che ci troviamo. Perché parafrasando: “Non è la pressione che fa l’incisione” ma il gioco di segno, vuoto e pieno.  Sebbene siano minimali incisioni, attirano a sé oltre alla luce naturale o artificiale anche gli oggetti ritagliati e incollati dall’artista dando un equilibrio formale al foglio… E’ questo, forse,  il risultato che lascia una perplessità di inappagamento nelle opere di Salvatore Giunta che osando sfidare la geometria della lastra e del foglio, nel suo desiderio di sfondare la lastra e di aprire il foglio, ricerca sintesi formali di chiaro scuri e di ombre, di figure geometrizzanti, di neri scolpiti, o di nuances di colore che riportano ad una classica/contemporanea visione del tratteggio o della sfumatura aventi l’intento di un elegante equilibrio formale. Il gioco di Giunta si delinea quindi in un grande esercizio di stile, un virtuosismo di suggestioni e di tecniche che pur indicando la via della libertà si arrendono di fronte all’impulso di rompere tutto e si riconsolano nostalgicamente con la elegante purezza di forme, colori e spazi, il cui grande merito sta nell’essere compresi in un foglio da incisione che non si è voluto solamente incidere e che si è, invece,voluto adeguare, formare alla volontà creatrice dell’artista. Forse, oltre al desiderio di libertà anche una visione della libertà non sarebbe stata sgradita. Ma la libertà così sembra indicarci l’artista non risiede nell’ordine e nel suo bell’equilibrio?

Vittorio Pavoncello

 

Salvatore Giunta: la fermezza del polso.

 

Un carattere intrinseco (e dominante) del fare plastico e grafico di Salvatore Giunta è il confronto con la luce, che l'artista non assume mai come densità pulviscolare, velatura atmosferica, amniosi patetico-mistica, ma come presenza spaziale dura e netta. La luce di Giunta è solida, e fronteggia impassibilmente l'invasione dei grigi e dei neri impegnati a sottrarle terreno. Si potrebbe parlare di una luce difensiva che, se nelle sculture (ferro, legno, alluminio variamente trattati) si avvale dello slancio del proprio sorprendente avventurarsi tridimensionale nello spazio come per disegnarne un'altra dimensione più fortuito e tuttavia impeccabile, in queste incisioni su corta sfrutta mirabilmente il bianco del foglio per afferma­re la proprio intangibilità. E' in effetti lo spettacolo di un conflitto carico di enigma quello che Giunta mette in scena con una precisio­ne implacabile. L'esattezza e il rigore finiscono così per funzionare, in queste tavole, da confini invisibili di un ring di natura quasi matemati­co. I dinamismi dell'artista non possono allora che agire all'interno di un'astrazione geometrica che non prevede soluzioni curve o arcua­te, eppure queste immagini taglienti che procedono per traiettorie sghembe di assoluto nitore alludono misteriosamente a una qualche calorosa accoglienza, come se al loro interno bruciasse un grumo di fervore che volesse nascondersi perfino a se stesso, fatto di gradazio­ni del bianco, del nero, del grigio che sono qualcosa di più di sempli­ci nuances. lo sarei portato a parlare di stati mentali che si risolvono sul foglio in una varietà di stati percettivi regolati con una sobrietà e un'essenzialità di rara intelligenza. Ed è in grazia di quest'intelligenza amorosa nei confronti del proprio mestiere che in queste forme in apparenza così raggelate entra il mondo, entra il confuso movimen­to del mondo, entrano la sua stoltezza e la sua immensa bellezza. Giunta, che lavora da sempre sul filo di una severità consapevole, declina oggi con assoluto autonomia la grande lezione di uomini il cui nome non tramonto: EI Lissitsky, Malevic, Tatlin. E la declina non come omaggio, ma come ripresa di discorso in termini lucidamente contemporanei.

Mario Lunetta

 

Tagli di luce e nuovi spazi

 

Dopo la mostra del 2007 Al limite dell'azzardo, anch'essa da me presen­tata, per la quale Salvatore Giunta costruiva uno spazio plastico rigoro­samente minimalista, memore di certe sue riflessioni su Malevi c e EI Lissitsky, seppure non risultassero esclusi ricordi della progettualità neo­plastica e dell'Astrattismo storico in genere, anche per questo evento espositivo, l'artista, riprende quella stessa matrice operativa, esprimen­dola analogamente nei modi di una operatività e narrazione concet­tualmente raffinatissimi, oggi come allora, giocati, vuoi nella dimensio­ne plastico-spaziale che sulla superficie, sulla instabilità delle corrispon­denze , sui decentramenti, sugli equilibri precari, sui tracciati minimali dei segni che definiscono tagli di luce solitamente obliqui, e ombre altrettanto suggestive.

Presenta in questo caso tre serie d'incisioni e una quarta serie di grafi­che tecniche miste, cronologicamente comprese tra il 2008 e il 2009. La prima serie Tagli di luce, una cartella di tre acquetinte, riprende la caratteristica astrazione geometrica dell'artista, risolta in una gamma di delicatissimi grigi, tra i quali, la sfumatura in nero di alcuni segni obliqui è indicativa di una potenziale dinamizzazione del campo visivo, allusi­va, inoltre, al rapporto pariteticamente scambievole tra luce ed ombra.

Il fatto poi che Giunta lavori costantemente sulla serie, avvalendosi di una caratteristica operativa tipica della riproduzione calcografica a tiratura limitatissima, ci riporta nell'ambito della riproduzione seriale di pregio, ulteriormente avvalorata in tal senso dagli interventi aggiuntivi che lui fa su ogni singola incisione, trasformandola così in un unicum. Gli interventi manuali che lui appone, l'uso del collage che fa, circo­scritto ad una quarta serie di "compressioni a secco" del 2009, o la pratica della battuta a secco, che rende scabro il foglio in certe parti,o, ancora, la consuetudine dell'incisione e dell'acquatinta con cui ottenere effetti diversi, caratterizzano il filo conduttore della ricerca di Salvatore Giunta, venendo ad avvalorare tecnicamente il contenuto proprio della sua sperimentazione, basata sul rapporto tra equilibri eccentrici e declinazioni musicali dello spazio con l'aggiunto adesso, più di recente, di una lirícità del colore sconosciuta in opere preceden­ti.

La terza serie di incisioni Tagli di luce-Prove di colore fa riferimento a queste nuove acquisizioni della sua ricerca, essendo costituita di quat­tro fogli dove lo sfumato in azzurro e verde dell'acquatinta dato con diverso orientamento - dal basso verso Volto, e viceversa all'interno di uno stesso spazio, oppure sfumando dal verde all'azzurro - dinamizza attraverso il colore l'opera - un modo in nuce già sperimentato attra­verso la gamma dei soli grigi della citata serie dei Tagli di Luce - seguendo un procedimento nuovo, in precedenza risolto con lo slitta­mento della sfera sul piano inclinato; una soluzione, questa, usata sia nelle installazioni che nella produzione incisoria. Le sfere, infatti, presenti nell'installazione Equilibri eccentrici di cui si è detto, per suggerire la precarietà consapevole di equilibri delicatissimi sempre sul punto di infrangersi e, altrettanto rapidamente ricomporsi in un gioco infinito di armonie e dissonanze, è quello stesso che compare nella seconda serie di acqueforti presentata dall'artista, e nelle tecni­che miste. La creazione del campo visivo, orientata dalla contrapposi­zione netta di bianchi e neri, si risolve in una concezione spaziale, che ebbi già modo di definire, assolutamente mentale. Salvatore Giunta declina lo spazio secondo categorie concettuali più che non attraverso coordinate spaziali. I rapporti luce/ombra, le diagonali e le sfere impresse a secco non definiscono confini certi o spazi misurabili. Ciò che emerge, piuttosto, è un bisogno di armonia, a cui allude peraltro l'uso costante di lastre incisorie quadrate, tuttavia da infrangere costantemente. Uno spazio, dunque, ricco di sottili tensioni, indefinito negli equilibri e nelle fughe: uno spazio astratto di raffinata resa concettuale sul quale regna, da sempre, un tempo sospeso.

Ivana D'Agostino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      Tagli di Luce e nuovi Spazi