ORFEO9
E' la prima opera rock
italiana e la prima mai rappresentata al mondo (Roma, Teatro
Sistina, 23 gennaio 1970). ORFEO9, composta da Tito Schipa Jr. e
interpretata dall’autore insieme ad altri numerosi giovani talenti
dell’epoca, divenne un doppio album nel 1973.
Ancora oggi detiene un record assoluto nella discografia: quello
di essere l’unico doppio italiano che per trent’anni non ha mai
cessato di vendere e non è mai uscito di catalogo nemmeno per un
giorno, giungendo, al momento attuale, a sei edizioni diverse tra
LP, Musicassette e CD. La stampa specializzata l’ha recentemente
classificato fra i 100 eventi fondamentali del Rock italiano.
Il film fu girato per la RAI nel 1973 ed ebbe vari problemi.
Censurato e boicottato pesantemente dalla stessa dirigenza RAI di
allora, uscì nelle sale solo nel 1975, e in sordina. Più tardi fu
distribuito brevemente nei circuiti d’essai. Da allora, e a
dispetto di ciò, quest’opera è da un lato uno dei prodotti di
spettacolo musicale più amato dal pubblico, dall’altro uno degli
esempi più clamorosi di emarginazione e trascuratezza da parte
delle strutture ufficiali e dei media.
Un vero cult-show della cultura giovanile degli anni 70.
Un'opera
italiana
Il
cast era multicolore e inquieto come un'orda di barbari. Era anche
zeppo di ragazze splendide e finiva con l'attirare nella sua
orbita un'umanità altrettanto scombinata ed estrema. La scala che
scendeva all'interrato era preceduta e seguita da porte sempre
aperte, varchi di un porto di mare sotterraneo, continuo viavai,
zoo, Yellow Submarine nei suoi momenti più affollati.
Attratti dalle giovani coriste, o dalla musica, o dall'aria di
festa permanente effettiva che trasuonava dalle finestrelle ai
bordi del marciapiede, si presentavano, imperversavano e sparivano
nel vuoto personaggi d'ogni tipo. Molti sarebbero poi diventati
pilastri della mondanità, della politica, del giornalismo,
dell'arte della Capitale, ma avrebbero sempre ricordato con
tenerezza quei giorni euforici in cui era chiaro che la città ci
sapeva, ci sentiva, e tifava per noi; altri legarono la loro
faccia e la loro personalità assurda al momento passeggero, per
poi dissolversi nel nulla...
...La
cosa devastante era che i miei tentativi di cogliere l'attimo e
fissarlo venivano visti dai più come una sorta di orribile
volgarità, un noioiso schematismo borghese. Nessuno pareva
rendersi conto che eravamo lì per costruire qualcosa. La
mistica dell'improvvisazione, il rifiuto delle razionalizzazioni -
magari anche condivisibili su altri piani - erano una catastrofe
per chi doveva ineluttabilmente portare in scena qualcosa
di concreto e di filato, e in uno dei teatri più importanti
d'Europa. Ma chi poteva farlo capire a quei santoni amplificati? E
io, pensate che riuscissi a tirar le redini e a impormi? Se quasi
neanche riconoscevo me stesso! ...
... Gli
stanzoni del grande sotterraneo si fanno silenziosi, dopo una
cert'ora. La sera ci riposiamo tutti, dopo quella giornata
campale. Candele si accendono dovunque. I locali accolgono l'orda
nel suo riposo, molti vivono addirittura lì. Con i pasti offerti a
generoso forfait dalla trattoria Bonafede (come aveva fatto il
buon Olindo nella fase trasteverina), la possibilità di risiedere
nella cantina è per molti l'unica paga sicura del lavoro in corso.
Siamo "unplugged" per forza di cose: lo scantinato è un prezioso
omaggio, ma i contatori non reggono che un paio di lampadine.
Restano le chitarre acustiche, i flauti. La musica si fa
sottile e pacata. La musica ci accompagna dalla meditazione
all'amore al sonno. La musica non cessa mai. Io me ne sto da una
parte a guardare i miei ragazzi (di cui sono ormai follemente
innamorato) e ripenso all'indescrivibile sensazione del
pomeriggio, quando ho scoperto, in pratica, cosa significa in
realtà essere un autore. Per la prima volta da quando abbiamo
cominciato ho visto le mie intenzioni superate dalla realtà. Tutto
merito mio, nessun merito mio
Io ho
voluto creare un melodramma italiano popolare. Molti a sentirmelo
dire hanno sorriso (sorridono anche adesso) e mi hanno ricordato
che frasi del genere potevano avere un senso quando Wagner,
nell'Ottocento, parlava di creare un'Opera tedesca, ma lì eravamo
nel dominio del sublime, cose da musicisti veri, insuperati e
insuperabili. Giusto. Noi siamo dei rocchettari, e per di più
siamo in Italia, che è come dire essere dei calciatori in
Lapponia, stesse tradizioni, stessa esperienza, stesse chance. Ma
da quando ragiono ho avuto la fissa rovente che la Canzone può
essere la base - un po' come l'Aria dei tempi che furono - di un
racconto in musica popolare, quello che mi manca tanto e di cui i
miei coetanei sembrano non sospettare neanche l'esistenza. E anche
qui mi si fa notare che nemmeno la canzone esiste più, in
questo impossibile paese del 1970. Certo, quella napoletana dei
Tosti, dei Mario, dei De Curtis, dei Di Giacomo, è stata la
migliore dell'Otto e Novecento, sfacciatamente più bella anche dei
"lied" (canzoni appunto) degli Schubert, degli Schumann, dei Fauré,
fino ai Franck, ai Mahler, ai Webern e maestosa compagnia; ma noi
italiani ora le canzoni non ce le abbiamo proprio più!
Tutto quello che si sente alla radio sono "cover", ossia
rifacimenti di pezzi angloamericani lasciati cialtronescamente
passare per nostri, e la gente se la beve!, mentre la canzone
d'autore è relegata a forza in un ghetto snobistico e noioso. Sui
pochi autori validi - Tenco, De Andrè - l'industria discografica
ha già cominciato a giocare i suoi biechi trucchetti
"modernizzanti" riuscendo in qualche caso a ferirne profondamente
la personalità (ma perché nessuno ne parla?), in ogni caso non è
nemmeno questo che si intende per canzone nel mondo, in questi
giorni, quindi non vi ho attinto granché nel comporre la cosa
che stiamo faticosamente montando. Sì, l'andamento, una certa
semplicità, gli stili sono quelli, ma le forche caudine delle
parole tronche a tutti i costi (chi dei nostri autori si è
davvero salvato da questo handicap orrendo?) le armonie
obbligate a un bassissimo livello di complessità, l'argomento
inchiodato sulla storia d'amore senza nessun amore, questo,
tipico della produzione originale nostrana, non l'ho proprio
tenuto in considerazione. Mi ha molto favorito, devo dire, la
mancanza assoluta di qualsiasi discografico all'orizzonte (quelle
sono delizie ancora di là da venire, anche se verranno,
verranno...), così ho potuto alternare l'essenzialità della musica
popolare con certe progressioni armoniche (lo sviluppo del tema
dell'Alba; o il "rap" ante litteram delle ombre, quello
prima della chiusa della Città Fatta a Inferno) che in se
stesse non son gran cosa, ma che nel contesto di una canzone per
il mercato italiano anni '70 parrebbero più azzardate di un brano
dodecafonico. Chi volete che faccia caso ai veri prodigi di
composizione che da anni girano il mondo travestiti da canzoni,
non importa il genere, metti Ne Me Quitte Pas, metti L’Amour
et la Guèrre, metti Ebb Tide, metti Good Vibrations,
metti Penny Lane, Strawberry Fields, Eleonor
Rigby, l'intero Seargent Pepper? Prodigi di
composizione, pur nella assoluta popolarità.
Strawinsky (Strawinsky!) difendendo il nostro Verdi dai soliti
vecchi nuovisti diceva:
"Scrivete voi La Donna è Mobile, poi ne riparliamo."
Al di
là di tutto questo, comunque, fino a questo pomeriggio in cantina
la mia è stata una proposta, un demo, un suggerimento per
altri a seguire l'idea e a farsi operisti dell'area rock, ma ora
eccomi qua stasera, a sospettare di aver fatto qualcosa che
potrebbe avere un senso di per sé. Ed è un sospetto che sa
di miele.
Manca
un finale, però. Manca un finale a due settimane dal debutto. Ho
già scritto due ore di musica, io che non avevo mai
prodotto una nota prima. Come posso sperare di trovare
ancora un'idea, e un'idea talmente su da dare la scossa
conclusiva allo spettacolo? Se solo avessi la facilità di
Giovanni, guardalo lì con la sua chitarra classica e quelle dita
che corrono avanti e indietro per il manico come ragni, io che
invece mi devo sudare ogni nota come in miniera. E perché, quella
voce? Un falsetto vibrato meraviglioso, lui e la sua passione per
i Bee Gees (molto prima e molto diversi da Saturday Night Fever,
quelli di Odessa per intenderci). E quelle due canzoni
scritte da lui, quelle che canta in inglese, così, alla buona? Due
cose perfette...
A
pensarci bene, com'è che non ho mai approfondito? Ma chi è questo
che scrive delle robe così favolose? Giovanni Ullu, e poi? Nelle
pause tra una prova e l'altra butta lìquesti pezzi da hit parade…
C’è uno che compone così e resta qui con noi a soffrire? Decido di
approfondire.
Una canzone lui la chiama Crazy Idea, ed è davvero
molto piacevole, ma ce n'è un altra...
"Giovanni, mi fai quella... come si chiama?"
"Mica ce l'ha, un nome" (ma ha una progressione armonica da
incantesimo).
"Me la dai? La uso per il finale, il testo lo scrivo io"
"Ok! Che problema c'è?"
Stretta di mano, come al mercato.
"Eccoti alla fine", canterà Orfeo
quando ormai i giochi saranno fatti, il sortilegio sarà compiuto,
la trappola sarà scattata. Per esprimere in parole quel senso di
solitudine davanti all'assoluto, di nudità davanti alla
solitudine, forse ho ripensato ancora alla notte del 4 Agosto
all'Elba, ancora alla disperazione senza possibile guarigione per
la fine del mio amore dei 16 anni, o forse ancora alle strade di
notte di Giorgio Gaber. Ma se c'era una musica che poteva
sostenere quel canto di disperazione, quella disperazione carica
di speranza, quella musica era in uno dei due pezzi che Giovanni
buttava lì tra una prova e l'altra nello scantinato di Viale
Regina Margherita.
Dell'altro brano, Crazy Idea, si appropriò anni più
tardi Nicoletta Strambelli e ne fece un "evergreen" targandolo
Patty Pravo - be', sempre una di noi era, una del Piper - ma uno
la rubai io, sissignori, e lo misi a sigillo di un sogno della mia
vita.
Pochi
giorni dopo, in un night club alla moda di fianco al Viminale,
davanti a un vero parterre de Roi, presentammo Orfeo 9
alla stampa in una conferenza come solo Enrico Lucherini sapeva
organizzarne. Pagammo ancora un piccolo pedaggio a Romeo e al suo
divismo cronico (tre minuti fra quando lo presentai al
pubblico e quando comparve effettivamente in scena, volevo morire)
ma alla fine la spuntammo anche qui. Eravamo pronti.
Ora,
mentre mi appresto a terminare questo capitolo, il telegiornale mi
racconta che un'altra esplosione ha appena contrappuntato la
nostra scoppiettante esistenza. Oh bè, è poco più di un petardo,
robetta a confronto dei bei tempi andati. Ma quando sullo schermo
vedo che quel botto è avvenuto esattamente di fronte alla
porta del night dove tenemmo quell’anteprima...
Credete nelle coincidenze? A che serve questa
coincidenza? Forse a ricordarmi che, ben al di là della musica di
Orfeo 9, è del suo testo che devo ancora parlare,
delle ragioni per cui poteva valer la pena non solo suonare, ma
dire, dire qualcosa, dirlo in faccia al pubblico per bene del
Teatro Sistina e non solo a lui, ma a tutto lo spaurito Paese,
spaurito in quei giorni di terrore e di morte.
Tito Schipa Jr.