Search for
 
 

 

   

 

  Maria Immacolata Macioti  
     

 

La Lectio magistralis di Maria Immacolata Macioti  non è solamente interessante per gli spunti e le proposte che suggerisce ma anche per lo sguardo che rivolge al suo lavoro passato. E con molta umanità continua fare, in questo testo, critica su se stessa per correggere in primis il proprio lavoro e per renderlo sempre più un valido strumento di analisi, comprensione e soluzione dei problemi, se non conflitti, che urgono nelle nostre società.

Gli argomenti trattati e da trattare in questa Lectio Magistralis  sono molti, dai fenomeni religiosi sia che riguardino religioni ufficializzate o la pletora di nuove e vecchie sette, la nascita e la fenomenologia dei nuovi partiti/non partito, l'urgenza dei fenomeni migratori e il loro impatto sulle società ospitanti o rigettanti, il ruolo degli intellettuali,le periferie delle megalopoli ed in particolare Roma... "...non siamo stati capaci di divulgare in modo adeguato i risultati" dice la Macioti, riferendosi ad alcune sue indagini sociologiche del passato e  preveggenti la nostra situazione attale,   e  noi voltapagina, no intendiamo risolvere i problemi di divulgazioni che tanti e con mezzi più importanti del nostro giornale possono fare ma ci fa piacere di metere nella vasta rete questo contributo alla sociologia che apprezziamo molto e che mettiamo a disposizione.

17 ottobre 2013

Lezione Magistrale

Problematiche sociologiche attuali: bilancio e prospettive

Prof.ssa Maria Immacolata Macioti

 

 

Problematiche sociologiche attuali: bilancio e prospettive

 

Mi sembra davvero difficile prendere la parola e parlare di sociologia in un momento così grave per il paese, in cui i problemi politici ed economici sono tali da far sentire il loro peso su ogni altro aspetto del sociale. Eppure mai come oggi la sociologia potrebbe dare un contributo per la comprensione di quanto è occorso e forse anche per il futuro, un futuro che riguarda non solo figli e nipoti ma altresì i più giovani ricercatori, per non parlare dei tanti che pur avendo lavorato meritevolmente nelle università, per anni, ancora non hanno avuto modo di entrarvi in maniera stabile.

Tenterò pertanto di affrontare alcune tematiche su cui ho maggiormente lavorato nella mia vita universitaria, cercando di lasciare da parte il forte disagio esistenziale di cui siamo tutti partecipi.  Inizierò con il ricapitolare alcune premesse teoriche che mi sembra importante non vadano dimenticate.

 

Premessa

1) La sociologia non è sociografia. Sembra una verità lapalissiana, eppure quanto spesso troviamo solo e soltanto, in certe ricerche, accurate descrizioni di una certa situazione? Descrizioni puntuali sì ma acritiche, basate di regola su analisi di ampi dati, su indagini che riguardano un ampio universo: ma ci si limita a un’ottica sociografica. Che può essere, che dovrebbe essere un buon punto di partenza, evidentemente. Ma non basta, che non  va bene se ci si limita a questo unico livello.

 

2) La teoria sociale non è modellistica.

Un'altra confusione spesso presente nel panorama delle scienze sociali è quella che riguarda la modellistica. Troppo spesso infatti si procede oggi alla costruzione di modelli, quali questi fossero una sorta di chiave di volta che consente, sola, l’accesso alla comprensione logica, alla realtà. Senza tener conto del fatto che per definizione un modello è un qualcosa di astratto.

 

3) La sociologia non è, come ritenevano alcuni padri fondatori come Comte e Spencer, la scientia scientiarum, la regina delle scienze.

Sembrerebbe un fatto ovvio, su cui non varrebbe neppure la pena soffermarsi se non fosse che la consapevolezza dei propri limiti ha per fortuna facilitato nei sociologi, o meglio nei più attenti tra di loro, la consapevolezza della importanza, anzi della necessità di guardare alla realtà, di partire dallo studio del sociale, anche prendendo atto di studi e ricerche provenienti da diverse ottiche. La rinuncia a un supposto primato ha avuto come conseguenza la possibilità teorica di migliori, buoni rapporti con le altre scienze sociali.

 

4) La sociologia è la scienza delle interconnessioni dei vari aspetti del sociale. Sappiamo bene che il piano lavorativo (o la sua frammentazione, le sue difficoltà, l’estendersi della insicurezza) incide sulla vita familiare, sul cosiddetto tempo libero, che rischia oggi di cambiare connotazione proprio per la sua sempre maggiore, non sempre voluta, anzi si potrebbe dire forzata estensione, sui rapporti di gruppo, sui tanti aspetti che caratterizzano la vita nella società. Sappiamo ad esempio del grande spazio oggi attribuito alla comunicazione: ma la comunicazione non è solo tecnica. Chiama in causa la politica, la finanza. Chi ha in mano i mezzi di comunicazione? Quali sono i contenuti di questa comunicazione? I contenuti sono o meno pre-determinati dal mezzo? A ragione oggi ci si interroga con preoccupazione su questi aspetti, esistono diversi pareri e posizioni a riguardo. A riprova appunto della interconnessione, cui accennavo, di cui siamo tutti convinti, ma che a volte dimentichiamo, dei vari aspetti del sociale. Le sociologie specialistiche corrono il rischio di chiudersi in se stesse, con grandi approfondimenti ma dimenticando o trascurando il nesso con gli altri aspetti del sociale.

 

5) Ma se questo è vero una ricerca postula ormai più ottiche, più competenze. La sociologia è quindi, o dovrebbe sempre più essere, a mio avviso, una scienza interdisciplinare. O post-disciplinare, come qualcuno preferisce dire. Ma chiunque abbia fatto ricerca sa bene come sia ancora oggi difficile il confronto tra discipline, la faticosa ricerca di un terreno in comune, l’iter complesso per raggiungere concetti condivisi, prima ancora della fase della ricerca sul campo, così importante per questa disciplina. Né aiutano in questo senso provvedimenti come quelli adottati di recente nelle valutazioni ANVUR, in cui ad esempio le riviste scientifiche vengono penalizzate se nei comitati scientifici compaiono nomi, anche rilevanti, di altre discipline. Una tra le varie disposizioni che a mio parere oggi non aiutano di certo la ricerca, lo studio.

 

6) Si basa, la sociologia, secondo una suddivisione ormai pressoché universalmente accettata,  sui vari piani, presenti nella società, della struttura, della cultura, della personalità. Il che, ancora, rinvia all’inter-disciplinarietà, all’apporto in particolare della antropologia culturale, della  psicologia sociale. Come può la sociologia fare comparazioni, tentare uno sguardo di insieme a prescindere dai piani culturale e individuale?

 

7) Da concepirsi in una prospettiva processuale-storica. Società, gruppi, concetti, orientamenti che cambiano. Più o meno lentamente o in modo più accelerato a seconda dei luoghi, dei tempi. Cambiano non secondo linee rette tra un inizio e una meta successiva posta più in alto. Perché, al contrario, possono esservi, sono prevedibili ritorni indietro, deviazioni. Ritardi imprevisti, arretramenti e, magari, balzi in avanti. Non è un caso che oggi vi siamo nazioni emergenti, in crescita (si pensi alla Cina e all’India) mentre sono in pesanti difficoltà paesi europei che sembravano avere un assetto sociale, un grado di crescita, una realtà consolidata, storicamente forte (Spagna, Italia, per non parlare della Grecia. La stessa Francia dà segni di difficoltà). Brasile, Argentina sono paesi che hanno vissuto alterne vicende, che hanno conosciuto fasi di espansione e sviluppo e altre di grande povertà, con conseguente espulsione di molti abitanti e anche rientri in Europa di antiche famiglie di migranti. Spagna e Italia hanno conosciuto questo fenomeno dei rientri. Il che non esclude poi ulteriori momenti positivi, di ripresa economica e di maggiore ripresa sociale, di minore sperequazione.

 

8) Non deve limitarsi, la sociologia, come spesso è tentata di fare, allo studio dei soli vertici. Non è un caso che oggi, ad esempio, i sociologi siano stati sorpresi da alcuni fenomeni sociali emergenti. In Italia, dal grande spazio, ad esempio, del Movimento 5 stelle. Che pure, visto a posteriori, risponde a stati d’animo facilmente individuabili, di delusione e distacco dai partiti più tradizionali e consolidati, di delusione nei confronti della sinistra, dio personalizzazione del potere, ecc. Tutte cose che già erano emerse negli anni 1970 in vecchie ricerche condotte da Luigi Frudà e da me sotto la direzione di Ferrarotti, uscite poi in tre volumi di Studi e ricerche sul potere, pubblicati dalla Ianua (Roma, 1980-’81). Risultati evidenti, come chiunque abbia voglia di rileggere quei testi può vedere: ma evidentemente non ci abbiamo creduto abbastanza, non siamo stati capaci di divulgare in modo adeguato i risultati. Perché una cosa è dire che la storia oggi non è più storia dei vertici, che va studiata dal basso. Un’altra è il farlo realmente (c’è sempre un certo iato tra teoria e prassi, tra piano astratto e realtà concreta). Non solo, una volta fatta la ricerca non sempre è semplice prendere davvero atto dei risultati, credervi abbastanza da avere fiducia che possano spiegare davvero un futuro non troppo lontano, che possano essere davvero previsioni auto-avverantesi.

 

9) Non solo. La storia oggi non è, non può essere solo l’analisi in profondità di un caso. Senza addentrarci troppo nel discorso sulla globalizzazione, che da solo richiederebbe ore di disamina e dibattito, varrà la pena ricordare che oggi la storia tende ad essere storia planetaria. Non fine della storia, quindi, ma superamento semmai della storia chiusa in sé,  quella dagli orizzonti definiti, ben delimitati.  Ed ecco l’emersione, con forza, di temi che sembravano superati, che ritornano con altre vesti, con ben diverso impatto.  Quello, oggi, della crisi economica, della disoccupazione giovanile, che colpiscono certamente l’Italia ma anche più in generale l’Europa e anche gli Stati Uniti, ma che hanno riflessi anche in Oriente: la crisi si risente, ad esempio, pure in certi paesi del Caucaso, certamente in Armenia. Temi strutturali importanti, che si riflettono pesantemente sugli altri aspetti del sociale, condizionando la vita quotidiana dei singoli, delle famiglie, condizionando i rapporti tra generazioni, la vita sociale e politica. La sopravvivenza delle famiglie italiane, e non solo. A questo tema abbiamo dedicato il n. 188 de “La critica sociologica”, nota rivista di serie B. Ma certo non pensiamo di avere esaurito con questo la riflessione sulla tematica.

Non si tratta certamente delle sole grandi problematiche dei nostri giorni, quando gli stessi concetti un tempo portanti sono chiamati in causa: mi sarebbe difficile riproporre oggi un libro come Il concetto di ruolo, legato a un’epoca che appare oggi lontana, quando a un certo status corrispondeva un ruolo appropriato, quando uno status si raggiungeva attraverso un percorso piuttosto noto, prevedibile, conseguente. Mai come oggi invece ruoli e status sono incerti e precari. Pur consapevole dei grandi mutamenti occorsi, vorrei soffermarmi, tempo permettendo, su alcune tematiche che mi sembrano di particolare impatto e cogenza.

 

L’istanza religiosa e spirituale

Il tema dell’istanza religiosa, ad esempio. Un tema già presente nel pensiero, nella riflessione dei classici della sociologia. Una tematica che sembrava ridotta in spazi piuttosto residuali, in occidente, stando a indicatori della pratica, molto in uso negli anni ’60 e ’70. Sembrava infatti, in base a questi indicatori, ad esempio il calo della frequenza alla messa domenicale, il minor numero, man mano, di prime comunioni e cresime, il calo dei matrimoni religiosi rispetto a quelli civili, ma anche in base alle cifre che parlavano di una decisa contrazione del numero delle vocazioni, sembrava dicevo a importanti studiosi  che tutto ciò portasse a un calo della stessa domanda del sacro.

Oggi invece siamo costretti a prendere atto della forte, attuale richiesta del sacro (e uso questa parola, e non quella di ‘rinascita’ del sacro,  perché non credo affatto, né ho mai creduto, che negli anni ’60-’70 la religione fosse scomparsa, ipotesi che non ho mai sposato, e non sarebbe quindi giusto parlare oggi di rinascita) che può prendere vie, percorsi anche diversi da quelli della religione cattolica, poiché anche in Occidente oggi sono presenti credenze e fedi che giungono da lontano, nel tempo e nello spazio. E dobbiamo prendere atto che la crisi di consenso che riguardava il cattolicesimo non si è necessariamente riproposta, negli stessi termini, in altre religioni: era una crisi insita nel cattolicesimo inteso come religione costituita, come chiesa, cioè come organizzazione con base in Vaticano e con un pontefice a capo. In crisi era la chiesa istituzione, non l’istanza religiosa.

Quando ho iniziato ad interessarmi di queste tematiche la Sociologia della Religione (una delle battaglie perse, fino ad oggi, è stata quella della declinazione al plurale, che avrei decisamente preferito) era insegnata e professata, con poche eccezioni, da sacerdoti attinenti a qualche ordine religioso, inseriti magari in grandi università cattoliche, dalla Gregoriana alla Lateranense. O, in altri casi, di singoli religiosi, non inseriti in un ordine religioso, come ad esempio nel caso di Silvano Burgalassi, che aveva aperto in Pisa un apprezzato Centro di studi dove confluivano dati dalle parrocchie italiane. Meno numerose, le suore.

Noi giovani Sociologi di allora abbiamo quindi fatto molta fatica per giungere ad una visione più laica della disciplina, per avere un certo spazio, per studiare questa materia non solo attraverso l’uso degli indicatori della pratica cattolica. Con fatica abbiamo cercato di allargare l’orizzonte delle ricerche e delle riflessioni, inizialmente attraverso l’interessamento a un tema contiguo, aperto al confronto con l’antropologia culturale, quello della religiosità popolare, delle feste popolari, delle credenze riguardanti  in genere magia ed esoterismo.[1] Poi, alcuni di noi sono passati allo studio dei cosiddetti Nuovi Movimenti Religiosi. In entrambi i campi, sia in quello della religiosità e delle credenze popolari sia in quello dei NMR. ho avuto la possibilità di confrontarmi, oltre che con amici sociologi,  con un antropologo come Vittorio Lanternari, cosa che è stata certamente per me un motivo di crescita. Con Tullio Tentori poi abbiamo messo in piedi un’associazione che per lunghi anni, prima sotto la sua guida, poi sotto quella di Franco Ferrarotti, si è interessata del fenomeno religioso contemporaneo.

A proposito di religiosità popolare vale ancora la pena ricordare, per i più giovani, un convegno tenutosi a Torino, sul Diavolo, nell’ottobre 1988. Un convegno che si ipotizzava interessante, certamente, che doveva coinvolgere studiosi di più discipline, italiani e stranieri. Erano previsti, tra i sociologi, Barbano e Ferrarotti. Eppure è bastato l’annuncio del convegno sul diavolo perché si scatenasse l’inferno: sono usciti pezzi di riprovazione sui giornali, i media hanno ipotizzato che il convegno avrebbe scatenato forze negative sulla città di Torino. Alcuni enti che avevano promesso fondi hanno ritirato la loro sponsorizzazione. Il convegno si è poi tenuto con guardie alla porta, mentre nella città vari cattolici gruppi di preghiera elevavano preci per scongiurare le forze del male. Racconto questo episodio perché credo che oggi non ci si renda conto del clima in cui si sono mossi, inizialmente, i sociologi della religione, delle difficoltà incontrate.

 

Alla fine degli anni ’70 e durante i primi anni ’80 abbiamo dovuto prendere atto del fatto che, pur restando in Italia il cattolicesimo come primo referente, esistevano ormai numerose persone e gruppi che si richiamavano ad altre grandi religioni. Già lo studio di movimenti come quello di Osho Rajneesh o della ISKON, più nota con la dizione Hare Krsna, dal loro mantra, aveva portato alcuni di noi a doverci confrontare con l’hinduismo. A comprendere anzi che questa antica religione era in realtà composta da molteplici credenze stratificatesi l’una sull’altra, o forse, potremmo dire, l’una a fianco dell’altra e che quindi sarebbe stato e sarebbe ancora oggi più corretto parlare, semmai, di hinduismi al plurale. Tra i nuovi movimenti religiosi si era affacciato anche un movimento giapponese, quello della Soka Gakkai, che inizialmente sembrava porsi a metà strada tra quelli che appunto ci eravamo abituati a chiamare NMR e non più con termini derogatori e spregiativi, tipo setta, e il più ampio mare del buddhismo. Più tardi la Soka Gakkai si auto collocherà decisamente all’interno del Buddhismo Mahayana.

Un po’ quindi attraverso il passaggio dallo studio dei Nuovi Movimenti Religiosi, un po’ perché a fine anni ’70, inizi anni ’80 l’Italia avverte ormai sempre più la presenza di importanti flussi migratori,  non soltanto in uscita ma anche in entrata (e già all’inizio degli anni ’80 è evidente che l’aspetto della immigrazione supera ormai quello della emigrazione italiana) dobbiamo, abbiamo dovuto renderci conto che non esisteva solo il cattolicesimo. Che esistono antiche, importanti religioni che possiamo studiare in parte anche in Italia, attraverso la presenza appunto di immigrati e rifugiati. Uomini e donne che portano con sé, nelle migrazioni, le loro credenze, l’esigenza di una credenza ma anche di una pratica diversa da quella cui siamo abituati. Ed ecco che noi sociologi della religione abbiamo imparato a conoscere alcune grandi religioni, in primo luogo l’Islām, ma poi anche, come dicevo, gli Hinduismi, il Buddhismo nelle sue varie correnti, nelle sue varie articolazioni. Nella sue diversità e nella sua unicità, perché comunque tutte le scuole di pensiero buddhiste hanno alla loro base, si riscontrano nei fondamentali insegnamenti del Buddha storico, del Buddha Shakyamuni: le quattro nobili verità, l’ottuplice sentiero. Le grandi religioni sono oggi presenti in Italia con vari insediamenti. Hanno mutato lo stesso paesaggio rurale e urbano, in Italia.

 

Certamente, essere islamico e migrante in Italia è diverso dall’essere un credente islamico e vivere in un paese islamico. Abbiamo quindi cercato di studiare le religioni in Italia e, per quanto possibile, anche nei paesi di origine. Dalla voce dei sociologi della religione sono venute, in genere, riflessioni tendenti a diffondere una certa conoscenza di queste religioni e credenze altre, conoscenza intesa anche ad aiutare il superamento delle barriere della diffidenza. Sembra oggi un fatto scontato ma non lo è stato affatto il far comprendere che l’islām non era necessariamente un insieme monolitico e fondamentalista, che esistevano diversi tipi di islām, che il fondamentalismo era sì una realtà esistente ma circoscritta. L’attentato alle Torri gemelle non ha certo facilitato un’opera di questo genere. Ci sono stati sociologi della religione che hanno proposto una sociologia dell’islām, come Enzo Pace,  che hanno studiato le conversioni all’Islām, o l’articolazione dei credenti islamici in alcune regioni particolare, ad es. quelle del nord Italia, come la Saint Blancat, mentre altri hanno studiato il mercato dei martiri, come Massimo Introvigne. Con tranquillità, senza assurdi allarmismi, nell’intento di conoscere e comprendere quanto stava accadendo: perché in pochi decenni i mutamenti, in questo campo, sono stati certamente notevoli. Non di rado, incontrando notevoli difficoltà, dato il clima politico che ha caratterizzato l’Italia negli ultimi 20 anni: basti pensare a una vicenda incresciosa occorsa non secoli addietro ma nel gennaio 2006, quando Tariq Ramadan doveva tenere una conferenza ad Aosta ed è stato invece bandito da quella università come si fosse trattato di un pericoloso agitatore. L’invito è stato invece mantenuto fermo dall’Università di Padova. Ritenendola una bella occasione per ascoltare Ramadan e spinta anche dall’amicizia verso i colleghi di Padova mi sono quindi recata in quella università. Era con me Katia Scannavini, che si era laureata con Adriana Piga ed era una studiosa dell’Islām. Abbiamo trovato - era il 12 gennaio 2006 - un’università sotto assedio, con la polizia in ogni angolo, pronta ad intervenire nel caso si fossero scatenati chi sa quali attacchi terroristici. Ramadan ha tenuto una interessante, tranquilla lezione parlando dei vari tipi di islām.

 

Studio quindi del cattolicesimo e più in generale del cristianesimo, studio di alcune grandi religioni  mondiali, quelle già studiate da  Max Weber.

E non solo. Con un certo stupore ad esempio avevo appreso, durante un viaggio in Iran, dell’esistenza lì, ancora oggi, di credenti nello zoroastrismo - e sono stata tra i fortunati che sono entrati in un loro tempio, in Iran, a Yadz, città nota per l’architettura del deserto, con vie, negozi, abitazioni di fango. Un Tempio dove è acceso un fuoco perenne (sembra, dal 470), dove sulle pareti sono iscritti detti del Profeta, dal pavimento di alabastro. Davanti, una vasca con acqua, fiori. Sono tra coloro che si sono poi recati alle Torri del Silenzio per prendere parte ad una antica cerimonia connessa con la celebre battaglia di Kerbala, come ho scritto ne “La critica sociologica”.[2] Ma più recentemente, in un viaggio in Armenia ho appreso che vi sono ancora oggi, proprio lì, nella cristiana Armenia, il primo stato al mondo di cui si ha contezza che si sia convertito al cristianesimo, che vi sono, dicevo, alcuni, pochi, curdi zoroastriani: forse, grazie alla rivalutazione delle antiche credenze tradizionali incoraggiata negli ultimi tempi da Öcalan.

Il mondo non nasce e non finisce tutto con la chiesa cattolica romana.

Quindi, da decenni ormai con alcuni amici e sociologi della religione abbiamo cercato di studiare le tante articolazioni di questo fenomeno religioso, uno dei più complessi e controversi, tenendo ben distinti il piano della credenza da quello dello studio. Non abbiamo mai pensato che fosse necessario, ad esempio, essere cattolici per studiare il cattolicesimo, o islamici per studiare l’islām. Si sono così moltiplicati gli studi sulle grandi religioni mondiali intese nel loro insieme di credenze, teorie e pratiche, oltre che su singoli aspetti. E si sono studiati movimenti e gruppi più recenti, che in genere comunque si richiamano a qualche antica credenza. Se ne sono presi in esame i presupposti teorici, ma anche la ritualità, di regola pregna di significati, agli occhi dei credenti.

La piccola sezione di Sociologia della Religione dell’AIS, con pochi cultori e pochissimi mezzi, ha comunque cercato di incontrarsi regolarmente, di dibattere i temi di comune interesse, di interessare alcuni promettenti giovani studiosi, di portare avanti studi in comune, oltre che di stimolare singoli approfondimenti e contributi. Sia pure con difficoltà si sono avuti convegni internazionali, si è aperta una rivista, quella di Arnaldo Nesti, “Religione e società”, che ancora oggi  fa un suo percorso e permette ai cultori della materia di incontrare temi, problemi, autori. Da anni c’è una scuola estiva a San Gimignano, dove molti di noi si sono recati per interventi e comunicazioni, dove si sono recati vari nostri allievi e collaboratori, ricevendone importanti stimoli alla riflessione. Esistono collane di sociologia della religione.[3]

Io certamente faccio parte di questo gruppo di sociologi della religione. Vorrei ricordare in merito che il mio primo libro, uscito ormai troppo tempo addietro dall’editore Liguori di Napoli, in una collana diretta da Franco Ferrarotti, era appunto sulla chiesa cattolica e le sue strutture, si basava su ricerche condotte sui vescovi del Piemonte e del Lazio, da me intervistati in base a una griglia di domande significative, oltre che su ricerche condotte nelle parrocchie romane. Il secondo poi era sulla Meditazione Trascendentale, un NMR di origine hinduista. E che l’ultimo libro appena uscito, da me curato, uscito con la casa editrice Aracne, riguarda le Religioni a Roma, ed è uno spezzone di una più ampia ricerca in Italia portata avanti con fondi prin, ricerca coordinata dall’amico Enzo Pace.

Nel mezzo, ho potuto studiare e fare ricerche, in questo campo, come accennavo, con studiosi come Tullio Tentori, Alfonso Di Nola, Vittorio Lanternari, e più tardi Luigi Berzano e Franco Garelli dell’Università di Torino in Italia; e frequentare l’estero, incontrando nomi illustri della disciplina come Jean Seguy, Thomas Luckmann e altri, durante gli incontri della SISR, Società internazionale di Studi Religiosi, poi CISR e altrove.

Oggi in Italia è normale per  uomini e donne, per laici oltre che per credenti, studiare il fenomeno religioso contemporaneo nelle sue varie forme e accezione. Non lo sarebbe stato, in passato. Da questo punto di vista forse qualche passo in avanti è stato fatto. Era naturale studiare, pressoché esclusivamente, la chiesa cattolica e il suo funzionamento: oggi è normale porsi con spirito critico di fronte a questa tematica, cercare di andare al di là della pratica religiosa. E  allargare l’orizzonte a religioni e credenze altre.

In questi percorsi ho incontrato sacerdoti del dissenso, preti operai, vescovi, illustri esponenti della Teologia della Liberazione, amati capi spirituali di vari movimenti religiosi e anche di movimenti spirituali, non necessariamente religiosi. Ho potuto stringere rapporti di collaborazione e amicizia con esponenti di varie credenze; sono da anni e sono ancora garante della Fondazione Maitreya, fondazione buddhista intesa a far conoscere l’insegnamento del Buddha: ho preso questo impegno come un fatto tanto più interessante in quanto che non sono mai stata buddhista. Ho potuto avere buoni rapporti, continui nel tempo, con testate quali, in passato, “Idoc”, “Com nuovi Tempi” e, più recentemente, con il mensile “Confronti” (confronti interreligiosi), che tra l’altro è stato per noi un prezioso aiuto in quanto ha fornito materiali ed ha agevolato in vario modo vari laureandi, specialmente, ma non soltanto, con riguardo alle chiese evangeliche. Mi giungono regolarmente le pubblicazioni della piccola agenzia Adista, che segue con occhi critici la chiesa istituzionale cattolica, che è attenta in particolare alle vicende dell’America Latina, e non soltanto.

Vari movimenti mi hanno aperto le loro porte, permettendomi di accedere alle pubblicazioni, di avere colloqui con i membri, con i capi carismatici. Vi è traccia di tutto ciò in un volume della Liguori, Alla ricerca del carisma (Napoli, 2009), così come nell’altro, pure recente, del 2012, scritto con Michele del Re, sulla comunità di Damanhur, Comunità spirituali del XXI secolo (Aracne editore, Roma).

Non più tardi del 5 ottobre 2013 sono stata invitata a parlare alla Comunità di Base di San Paolo, comunità sorta nel periodo del dissenso, sviluppatasi intorno all’ex abate benedettino Franzoni: la Sociologia delle religioni mi ha offerto la possibilità di sentire voci diverse tra loro, di comprendere che la credenza religiosa può essere vissuta in molteplici modi, mi ha permesso incontri non banali e mi ha offerto un deciso arricchimento intellettuale.[4]

Non posso che ringraziare questa disciplina. Mi auguro che i più giovani colleghi e studiosi che saranno ancora a lungo nell’università vogliano andare avanti in questi percorsi di studio, in un’ottica laica: rinunciare a studiare le religioni vorrebbe dire rinunciare a comprendere il mondo contemporaneo, non poter seguire, tra l’altro, molte delle guerre in corso, molti aspri conflitti. Mai come nello studio dei conflitti le religioni sono ben presenti, centrali, come ben sa il direttore Fabrizio Battistelli.

A partire da questa consapevolezza ho accettato il coordinamento della sezione di sociologia della religione dell’AIS, pur essendo piuttosto critica rispetto all’impostazione di questa associazione.

 

 

Migranti, richiedenti asilo, rifugiati

Un altro tema che si è imposto con forza all’attenzione dei sociologi e in genere della società contemporanea, un tema che per me è stato impossibile non frequentare, è stato ed è quello delle migrazioni.

Un fenomeno planetario, che nel tempo ha riguardato un po’ tutti i continenti, che ha coinvolto milioni di persone, a partire dalle fasi storiche più antiche di cui si ha notizia e che non cessa di essere un fenomeno attuale, importante, coinvolgente. Le grandi migrazioni planetarie, quelle che credevamo in qualche modo connesse, per quanto attiene l’Italia, con il nostro passato ottocentesco, al più con la prima parte del Novecento, sono oggi tornate con forza, magari con diversi soggetti, sconvolgendo consolidati equilibri.

La seconda parte del Novecento, questi primi anni Duemila hanno visto infatti migrazioni per ricerca di lavoro, per studio, per curiosità di vedere il mondo. Migrazioni per sfuggire, da parte soprattutto di giovani donne (specialmente dall’America Latina), a famiglie oppressive, a schemi già predeterminati. A volte, a padri o a fratelli o a mariti convinti di una innata posizione di naturale privilegio maschile, con la conseguente supposta posizione più in basso della donna, costretta a seguire dettami altrui, a obbedire: e sappiamo che molti giovani donne, in patria e purtroppo anche poi nella migrazione,  pur di affermare il proprio diritto all’autodeterminazione, ci hanno rimesso la vita. Di regola, per mano di familiari: per lo più fidanzati o mariti. In Italia, a Roma ne abbiamo una diretta esperienza.

Migrazioni determinate da cambiamenti planetari, da terremoti, inondazioni o siccità. Da guerre. La Siria oggi esporta minori e adulti in fuga, che dal Libano e dall’Egitto si rivolgono in parte anche in Europa. Più di due milioni di persone, annuncia l’UNHCR. E bisognava arrivare a tanto, bisognava giungere alla rovina di una nazione un tempo fiorente, sede di molteplici comunità di diverse origini e di diverse fedi religiose, perché il dibattito internazionale si accendesse, perché si iniziasse a preoccuparsi di come e in che modo, in che tempi fosse opportuno intervenire.

Sappiamo bene che i focolai di guerre, uccisioni, fughe, prigionia e torture sono oggi numerosi, di regola sottovalutati e ignorati. Uno tra questi, a mio parere, è nelle terre sub caucasiche, dove possiamo attenderci la ripresa di un conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno Karabakh,  perché le premesse ci sono tutte: un piccolo paese cristiano, l’Armenia, che ha alle spalle una storia di genocidio non riconosciuta, non ammessa da chi il genocidio lo  ha commesso, la Turchia. Un genocidio riconosciuto da vari paesi occidentali, non da tutti, con decenni di ritardo. Una piccola realtà cristiana attorniata da paesi che reputa aggressivi nei propri confronti, la Turchia e l’Azerbaigian (l’Azerbaigian è turco),  paesi che hanno da tempo chiuso le frontiere terrestri con l’Armenia. Si tratta di paesi che oggi non sono più crogiuolo di diverse provenienze e culture: abbiamo oggi al 95% armeni, nella Repubblica armena, da cui sono fuggiti o sono stati spinti alla fuga gli azeri. E in Azerbaigian, dove un tempo gli armeni avevano ampie e fiorenti presenze nella capitale Baku e altrove, oggi non si trovano più armeni, che hanno ingrossato per anni le fila degli sfollati. Non ci sono più armeni neppure del Nakhchivan, altra terra un tempo contesa, ora dell’Azerbaigian. Né ci sono più azeri nel Nagorno Karabakh: una situazione a rischio, dicevo, che dovremmo sentire il dovere di esaminare meglio, su cui bisognerebbe aprire il dibattito, senza attendere prevedibili ulteriori esiti catastrofici.

 

Invece le potenze internazionali del ‘gruppo di Minsk’ non riescono a trovare soluzioni possibili, sembrano impotenti di fronte a contrasti annosi che chiamano in causa credenze religiose, cultura, identità: e noi sociologi sappiamo bene come siano a rischio le situazioni in cui le identità sono vissute come recinti chiusi, monolitici, date una volta per tutte. Immutabili. Non è troppo difficile prevedere che il ricco Azerbaigian, che già da tempo fa una politica di accordi e apertura con gli Usa, con l’Europa, con l’Italia, dove sta profondendo ampi mezzi per far meglio conoscere una propria versione della storia, l’Azerbaigian dal sottosuolo ricco di petrolio, dal gasdotto che passerà dall’Italia per giungere ad una più ampia area europea,  è facile prevedere, dicevo, che non accetterà ancora a lungo quella che reputa una ferita alla propria integrità territoriale. Non per nulla sta facendo massicci acquisti di armi, anche dalla Russia. Dall’altra parte, l’Armenia si sente sempre più accerchiata, sviluppa una mentalità da assedio. I giovani del Nagorno Karabakh, già poco numerosi, preferiscono fare il militare piuttosto che dedicarsi all’agricoltura, la pressoché unica fonte di guadagno per il paese: da militari si ha uno stipendio relativamente alto e si ha la sensazione di prepararsi alla difesa della patria che rischia ulteriori aggressioni, dopo quelle che già hanno caratterizzato la sua storia nell’800 e nel ‘900. Ma, come anticipato, di questo avremo occasione di parlare il 23 ottobre.

Oggi credo che la sociologia non debba, non possa considerare questi come accadimenti lontani, che non ci riguardano. La Cina invia armi, la Russia, gli Stati Uniti fanno altrettanto e non firmano il Trattato internazionale sul commercio delle armi.[5] Che avvenire si sta preparando?

 

L’Occidente interviene di regola dopo, con aiuti per lo più insufficienti, possibilmente concessi a chi rimane in patria o nei pressi, rinunciando alla migrazione in terre occidentali. Tutti sappiamo che la politica europea è stata ed è, ormai da anni, quella della difesa delle proprie frontiere, del contenimento dei flussi. Sia dei migranti che dei rifugiati e richiedenti asilo.

Ma non voglio approfondire ancora questa esemplificazione:  basti dire che in Italia le domande di richiedenti asilo - ammesso che questi riescano a farle prima di essere rinviati indietro, nonostante la Convenzione di Ginevra escluda categoricamente il refoulement - vengono vagliate da una commissione dove non tutti i membri conoscono bene la tematica, la normativa, essendo stati preparati ad altri compiti; dove di regola non si conoscono bene le situazioni dei paesi di provenienza, che andrebbero del resto abbastanza frequentemente aggiornate e approfondite. Come si possono dare, in queste circostanze, pareri motivati, fondati? Una piccola ricerca su alcuni casi, condotta dall’associazione Senza Confine ha dimostrato le carenze di questo modo di affrontare la tematica, in un paese che si pretende culla del diritto, ma che intanto confina i migranti in strutture carenti, che funzionano da strutture detentive, che sono un notevole peso economico, come vedremo meglio più avanti. Un paese dove si ottiene la qualifica di rifugiato soprattutto dopo un ricorso, e comunque dopo lunghe. Troppo lunghe anche rispetto alla normativa vigente. Una qualifica, del resto, quella di rifugiato, che in Italia consente il soggiorno, che permette di cercare lavoro! Non che offra molti altri contenuti. Unico, relativo vantaggio, una certa semplificazione dei ricongiungimenti familiari, particolarmente importanti e sentiti tra chi ha dovuto lasciare all’improvviso il proprio paese, perché a rischio della vita. Tra chi magari ha subito torture.  Un relativo vantaggio, dicevo, ché la procedura è lenta, né esistono in genere percorsi di accoglienza per coniugi o figli. Relativamente pochi sono i richiedenti asilo accolti nello Sprar, il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, che del resto ad oggi presenta programmi non uguali a seconda dei luoghi, esiti positivi in molti casi, specie ad esempio tra i giovani afghani, ma anche rinunce e rischi altresì di creare dipendenza in persone che, al termine di questo percorso assistito, dovranno contare esclusivamente sulle loro forze. Chiunque abbia studiato la tematica dei rifugiati in Italia sa bene che molti di loro sono privi di lavoro - la crisi riguarda ormai anche immigrati e rifugiati, che pure hanno resistito più a lungo degli italiani, data la loro estrema necessità di accettare lavori anche poco retribuiti, anche senza contratti, al nero -, che sono costretti a vivere in palazzi abbandonati e occupati, in luoghi di fortuna, per strada. È facile, in questa situazione, che la  polizia si imbatta in qualcuno di loro e li fermi per accertamenti: un fatto tremendo da sopportare, per chi è già dovuto fuggire dalla polizia del proprio paese. Per chi non di rado ha subito torture.

 

Le grandi migrazioni postulano un diverso approccio conoscitivo, la consapevolezza che da una lettura diacronica si deve oggi passare a una lettura sincronica.

Ne sono consapevoli i più avvertiti sociologi e antropologi e anche alcuni altri scienziati sociali. Penso a Ferrarotti, tra i primi a parlare dell’importanza della convivenza delle culture; penso al suo libro su Alessandro Magno e sul suo sogno di unione tra Oriente e Occidente,  da cui poi il premio datogli dall’Accademia dei Lincei.[6] Penso a Massimo Livi Bacci, un demografo, che pure ha  parlato di migrazioni come motore di progresso, della necessità di regole concordate su piano internazionale, visto che gli stati preferiscono piuttosto rifiutare la cessione anche di una minima parte della loro sovranità (rimando al suo piccolo, denso libretto de il Mulino, In cammino. Breve storia delle migrazioni, Bologna, 2010), mettendo quindi a rischio, oggi, proprio la funzione positiva delle migrazioni. Penso all’opera incessante, di tipo culturale e divulgativo, svolta da Catherine Withol de Wenden,  nota anche in Italia, più volte nostra ospite alla Sapienza, autrice tra l’altro di un rapido ma incisivo Atlante mondiale delle migrazioni (Vallardi, Milano, 2012) in cui la sociologa denuncia le carenze delle politiche in merito a migranti e rifugiati da parte europea, la visione essenzialmente sicuritaria, l’ipocrisia dominante in relazione al mercato del lavoro, le zone di attesa (in detenzione), l’accrescersi di muri reali e simbolici: basti pensare al Mediterraneo dove dal 1988 sarebbero morti, stando alle stime di Fortress Europe, più di 18.000 migranti che cercavano di giungere in Europa[7].  Stime precedenti gli ultimi, tragici accadimenti. Scrive, la studiosa, che la cattiva politica migratoria è portatrice di danni ai diritti dell’uomo, di un cattivo uso dell’opportunità della mobilità. Parla dell’Europa, ma anche delle Americhe, dell’Oriente. Delle tante reti della diaspora e delle migrazioni oggi presenti anche, se non soprattutto, a causa dei conflitti. Di questo siamo certamente convinti anche il collega Enrico Pugliese ed io, e credo se ne possa trovare traccia nei due libri che su queste tematiche abbiamo scritto per la casa editrice Laterza, Gli immigrati in Italia,  e L’esperienza migratoria.[8]

Credo che stia oggi alla sociologia più avvertita, agli scienziati sociali più attenti il compito di denunciare con forza questo stato di cose, di aprire scenari non più e non essenzialmente dedicati alla sicurezza, tema sbandierato in Italia da vent’anni circa, con esiti fallimentari e assurdi, da partiti politici inaffidabili. La sicurezza reclamata, enfatizzata, sottolineata, demagogicamente auspicata si è risolta in una politica declamatoria, nella segregazione di troppi migranti e richiedenti asilo. Si è risolta in respingimenti già prima che gli interessati potessero giungere in Europa. In innumerevoli morti in mare. E non per questo l’Europa oggi è un territorio migliore, più felice. Non per questo in Italia abbiamo oggi meno corruzione, meno criminalità organizzata. Meno evasione fiscale. Certamente le risorse utilizzate per i respingimenti e il contenimento dei migranti avrebbero potuto essere meglio impiegate, come è recentemente emerse da un meritorio Rapporto intitolato Costi disumani. La spesa pubblica per il ‘contrasto dell’immigrazione irregolare’ (2013). Rapporto dovuto a Lunaria e ad altre associazioni. Spero che i giovani sociologi si impegnino a denunciare il fallimento di politiche che vogliono l’esportazione delle frontiere: fallimento pratico, oltre che ipotesi discutibile (ai miei occhi, non accettabile) sul piano dei principi.

Sono gli scienziati sociali, credo, sono i più giovani colleghi che dovranno fare quello che la mia generazione si è sforzata di fare senza, evidentemente, riuscire nel proprio intento: smascherare politiche demagogiche, chiarire che non è la sicurezza a essere in causa. Che l’enfasi sull’insicurezza induce paura e fraintendimenti, esclude ogni politica costruttiva di confronto, di arricchimento reciproco. Esclude ogni possibilità di creazione di società più solidali, meno ingiuste. Servono politiche sociali contro la povertà e l’emarginazione.

Certo, non siamo in Francia, dove gli intellettuali hanno un loro indubbio, forte e riconosciuto ruolo, dove il libro non è un oggetto sconosciuto ma un bene prezioso da leggere, discutere, commentare, un bene che circola, che aiuta a far conoscere, a far camminare le idee. Da noi chiudono antiche e gloriose librerie, i libri durano pochi mesi, c’è un terribile iato tra i libri scientifici e universitari e quelli che si reputano da largo pubblico, che hanno cittadinanza su banconi e scaffali e si possono trovare senza dover fare lunghe e penose ricerche, senza doverli ordinare, attendere per giorni e giorni. Con scarse speranze, se si tratta di libri non recentissimi. È vero, l’Italia non è un paese che ama i libri, che rispetta le idee. O gli autori.

E tuttavia fa parte del ruolo delle università, credo, anche l’opporsi a certe mode culturali, il richiamare l’attenzione su temi importanti anche se scomodi. Sull’importanza dello studio, della pacata riflessione. Dei libri: non tutto si risolve con internet e con la sbandierata emotività.

Nella Sapienza abbiamo avuto per più di un decennio un Master denominato Immigrati e rifugiati, che ho portato avanti con l’aiuto di vari colleghi e collaboratori qui presenti ed altri oggi assenti, come Gigi Perrone, che ha insegnato a lungo nell’università di Lecce (poi Università del Salento), studioso del Senegal e dell’Albania,[9] o come Giuseppe Faso, che da anni cerca di svelare l’uso erroneo e forzato che i media fanno di certe parole, con il risultato (con l’intento?) di generare sospetti e insicurezze nei confronti degli immigrati, dei rifugiati; che ha denunciato altresì il razzismo dei colti, degli intellettuali. O meglio: di certi intellettuali che passano per persone di sinistra. Né vorrei dimenticare Giuliano Campioni, studioso di Nietzsche, curatore per Adelphi del suo epistolario, che con la moglie Isa per anni si è occupato di migranti, in particolare di quelli più a rischio.  In questo percorso ho potuto incontrare comunità di donne capoverdiane e filippine, gruppi di marocchini e senegalesi, ho potuto frequentare luoghi di culto come la Grande Moschea ma anche più modesti ritrovi religiosi o laici, stringere rapporti con associazioni nazionali e internazionali che di queste tematiche si occupano. Molto aiuto è venuto al Master da piccole e grandi associazioni, da amici del volontariato, da reti intese a combattere le più evidenti forme di razzismo. Grazie alle associazioni degli italiani all’estero (penso alla CGIE, Conferenza Generale Italiani all’Estero) e al Ministero degli Esteri, ma anche grazie alla Filef e al Museo dell’Emigrante di S. Marino, a quello di Gualdo Tadino e ad altri,  ho potuto impostare il master tenendo conto della emigrazione italiana, insieme alla immigrazione in Italia: spero che questa sarà anche in futuro, in questa facoltà, in questo dipartimento, l’impostazione vincente, perché in realtà si sono sempre avute migrazioni.[10] A seconda dell’epoca storica, del paese, delle contingenze un paese esportatore di mano d’opera, come l’Italia, può diventare un paese di immigrazione. E tornare ad essere, come oggi accade, un paese, nuovamente, da cui si parte: intendo anche dalla parte più povera dell’Italia, in particolare dal meridione. Oggi, non si tratta più solo di esportazione dei cervelli.

Certamente, se si guarda all’Italia di oggi, pervasa da razzismo, chiusa sostanzialmente di fronte all’ipotesi di ingressi di richiedenti asilo e immigrati, che si desidererebbero fermi al di fuori delle frontiere europee, con tutte le tragedie che ne derivano; se si guarda a come sono trattati i rom, a come si insista ancora sulla politica dei  campi nomadi,  posti di degrado e separatezza, è chiaro che molti sforzi generosi non hanno dato buoni risultati. Né forse era possibile.

Certamente la sociologia può giustificarsi chiarendo che essa non ha raggiunto posizioni di grande successo, non è in vetta alle classifiche dei corsi di laurea più richiesti. Che non sempre ha avuto ed ha un accesso importante nei media.  Se e quando l’ha avuto, del resto, non sempre ha saputo utilizzarlo, mi sembra, in modo adeguato, forse preferendo ampie retribuzioni garantite da pezzi di costume ad altri di denuncia delle maggiori storture del paese, che avrebbero rischiato di non essere graditi magari alla proprietà della testata.

Le migrazioni sono oggi uno dei temi sociali più rilevanti, a mio avviso. Né bastano i pur fondamentali studi che trattano la tematica in termini strutturali, cercando di esplorare il mercato del lavoro, oggi particolarmente in difficoltà, tanto da indurre rientri dei migranti, impensabili ancora dieci anni addietro. Né sono sufficienti, anche se essenziali, studi e riflessioni a livello giuridico riguardanti la normativa in essere, o le carenze della normativa (ad es. l’esigenza di rivedere il Testo Unico sulle migrazioni, di abolire il dettato secondo cui l’immigrazione non autorizzata è reato penale). Urgono, mi sembra, ricerche e riflessioni sul perché l’Europa abbia vissuto anni di chiusura ed esportazione delle frontiere; sul perché non abbiano funzionato in modo adeguato le ipotizzate politiche di intercultura: e non penso solo all’Italia. Bisognerebbe interrogarsi sul perché non si riesca, in Italia, ad elaborare una politica sociale accettabile in merito all’immigrazione e all’asilo. Sul come mai ancora oggi ci si trovi di fronte a un diffuso razzismo, e sul ruolo dei media in merito.

Credo che per i sociologi e gli scienziati sociali più attenti che per fortuna sono presenti nelle università italiane, questi restino campi di studio di grande rilievo sociale. Confido nel nuovo Master “Migration and Development” che credo e spero si aprirà tra poco, sotto la direzione di Umberto Triulzi, master che prende il posto di quello già da me diretto ‘Immigrati e rifugiati’, che chiuderà le attività alla fine di ottobre. [11]

 

L’approccio qualitativo

Come ho studiato, come ho cercato di porgere queste ed altre tematiche agli studenti, ai collaboratori, ai tanti con cui ho potuto lavorare in quaranta lunghi anni alla Sapienza? Ho certamente privilegiato un approccio qualitativo, pur consapevole delle varie difficoltà implicite in una scelta di campo di questo genere, meno diffusa tra gli addetti ai lavori, meno richiesta e gradita, di regola, da coloro che commissionano ricerche.

Viziata forse dal fatto che non era per me così necessario rivolgermi ai privati per avere fondi (negli anni ho potuto fruire di vari finanziamenti pubblici, della possibilità di programmi internazionali, dagli scambi Erasmus ai progetti Tempus Tacis) e convinta delle potenzialità  dell’utilizzo di storie di vita o di tranches de vie, di interviste in profondità, di focus group oltre che dell’osservazione scientifica, ho preferito condurre analisi basate su questo tipo di ricerca in profondità. Confortata in ciò da una fitta rete di rapporti internazionali, dalla frequentazione di amici francesi, inglesi, americani, tedeschi soprattutto: con loro e con altri colleghi canadesi in anni lontani, direi tra fine anni ’70 e primi anni ’80, ci siamo impegnati a ipotizzare e realizzare confronti internazionali, ricerche, pubblicazioni, fino a che è stato possibile aprire all’interno della ISA, la International Sociological Association, il comitato di ricerca denominato “Biography and Society”, tuttora   funzionante e produttivo.

In Italia per questo modo di fare ricerca erano per noi punto di riferimento teorico tre testi di Franco Ferrarotti, usciti presso la casa editrice Laterza, il primo dei quali Storia e storie di vita, è stato recentemente ri-edito in Francia, a trenta anni dalla sua prima traduzione ed è stato discusso alla presenza di colleghi di varie università francesi e svizzere a Paris VIII, nello scorso settembre. [12]

Devo dire che non ritengo si sia fatto abbastanza per il consolidamento di questo modo di fare ricerca. Anche se esso, per quanto mi riguarda, mi ha consentito di aprire fecondi scambi con realtà come l’Archivio dei diari di Pieve S. Stefano, fondato a suo tempo da Saverio Tutino, e poi, sempre con lui e con Duccio Demetrio, di partecipare all’apertura della libera Università dell’Autobiografia di Anghiari; anche se, soprattutto, ho potuto seguire da vicino i lavori diretti da Vittorio Dini, l’amico e collega dell’università di Arezzo che ha fatto ricerche qualitative in vari paesi dell’Appennino toscano, aprendo quindi un importante archivio a Sestino, così denominato per via della Sesta legione romana che lì si era acquartierata, con cui ho in più occasioni collaborato. Nonostante tutto ciò, nonostante sia sorta l’AISO, Associazione Italiana di Storia Orale, nel cui direttivo ho lavorato per anni, penso che si sarebbe potuto fare di più. Oggi mi sembra prevalere decisamente un’ottica quantitativa, anche in relazione al bisogno, da parte dell’università, di cercare fondi per la ricerca e la sopravvivenza - una situazione che mi è stata in buona parte risparmiata -, il che porta piuttosto a ricerche con l’uso di mezzi standardizzati, quali il questionario, con, al più, qualche intervista aggiuntiva più in profondità.

Si sono avuti inoltre, a mio avviso, timori non espressi, sensi di inferiorità da parte almeno di alcuni che vorrebbero sì fare sociologia qualitativa ma hanno qualche residuo complesso in merito: ed ecco ricerche con 20, 25 soggetti presi come punto di riferimento, sulle cui risposte si costruiscono poi delle assurde percentuali: frutto, tutto ciò, di un complesso di inferiorità che non dovrebbe aver luogo di essere e che cadrebbe se solo si aprissero confronti internazionali in merito.

Tra le cose positive che credo di aver potuto portare a termine, invece, annovero  la pubblicazione dei volumi biografici di Ferrarotti per la casa editrice Guerini di Milano ed alcuni filmati con lui come protagonista, filmati che hanno goduto della regia di Claudio Bondì, allievo di Rossellini; filmati in cui si ripercorrono alcuni tratti salienti della sua biografia intellettuale.

Annovero tra i fatti decisamente positivi in questo settore la collaborazione con la ex Discoteca di Stato, all’epoca Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi, l’attuale ICISBA, cui a giorni potrò consegnare alcuni materiali audio e video di docenti del nostro Dipartimento: per anni ho avuto il piacere di collaborare con loro, anche alla realizzazione di un convegno sull’ intervista, realizzato presso la biblioteca nazionale alcuni anni or sono, i cui atti, curati dal direttore Massimo Pistacchi, sono poi usciti dall’editore Donzelli con il titolo Vive voci (Roma, 2010).

Ancora, vorrei ricordare la collaborazione con l’ANRP (Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento e dalla Guerra di Liberazione),[13] che grazie ad Enzo Orlanducci e ad Anna Maria Isastia si è molto adoperata per raccogliere e comunicare, per preservare le memorie degli IMI, i militari italiani internati, ai tempi di Hitler: l’aver potuto collaborare a questa impresa è stato uno dei fatti positivi, credo, della mia attività scientifica.

Come dicevo, la maggior parte dei miei studi sono stati condotti con l’approccio qualitativo, credo con esiti non così deludenti se fino ad oggi ho sempre avuto richieste di fare ricerche e studiare realtà religiose e spirituali, immigrati, rifugiati, richiedenti asilo. Richieste che mi sono venute da importanti enti internazionali (penso all’UNHCR, all’OIM/IOM), nazionali (CIR), locali (Comune, Regione), pubblici come privati.[14]

Credo che se i più giovani colleghi potranno continuare anche un percorso qualitativo, oltre che dedicarsi a più ampie ricerche quantitative, questo potrà andare a vantaggio della conoscenza e degli studi sociali. Portare ad approfondimenti significativi, ed anche a consapevoli possibilità di applicazione, escludendo invece ipotesi di interventi superficiali e sporadici, rischiosi magari per i soggetti coinvolti: penso ad esempio anziani coinvolti intensamente in attività di ricostruzione delle loro memorie biografiche e poi abbandonati a se stessi, una volta concluso il breve periodo di intervento degli operatori.

 

La città di Roma

Anche se le esigenze della docenza, degli studi, delle ricerche mi hanno portato negli Usa e in Brasile, in Messico e in India e nel Laos, in tante nazioni dell’Europa occidentale e in molte dei paesi dell’est d’Europa oltre che in varie parti dell’Africa, sono sostanzialmente nata e vissuta a Roma. Inevitabile quindi il mio dedicarmi a studi sulla città, sul centro e sulle periferie, che ho inizialmente conosciuto grazie ad Aldo Visalberghi, pedagogista e, soprattutto a Franco Ferrarotti, autore di Roma da capitale a periferia (Laterza, Roma-Bari, 1970). Un tema, quello delle città, ancora oggi importante, che richiede ottiche diverse da quelle del passato per studi che non possono più basarsi sulla vecchia dicotomia centro/periferie. 

Studiare la città di Roma ha voluto dire per me anche prendere in esame Valle dell’Inferno (dove ci ha introdotti Maria Michetti, che mi piace ricordare in questa sede; per lunghi anni Maria ha profuso in questa zona tempo ed intelligenza), la Magliana nuova (dove abbiamo lavorato con lo psicologo sociale Gerardo Lutte). Più recentemente, verso il 2005-2006, le zone già studiate tanti anni prima da Ferrarotti, l’Acquedotto Felice, l’Alessandrino, il Quarticciolo;[15] inoltre, grazie soprattutto agli stimoli venutimi da Pino Galeota, Corviale. Perché oggi non ci si può limitare allo studio dei più centrali quartieri ma è necessario andare nelle zone al di là del Raccordo anulare. Con questa consapevolezza ho promosso studi ad Acilia (Emilio Gardini e Sonia Masiello), suggerito approfondimenti a Morena (Irene Ranaldi, nell’ambito di un Prin con la Facoltà di Ingegneria, in particolare con Carlo Cellamare). Grazie a queste tematiche ho potuto conoscere Michael Herzfeld, studioso del rione Monti, molti altri amici con cui più volte ci siamo trovati a discutere, alla Casa dell’Architettura a Roma o altrove.

Città e megalopoli, città delle Americhe e città europee a confronto sono tematiche che chiamano in causa oggi sociologi, architetti, ingegneri. Non è un caso che ci siamo ritrovati su questi temi con colleghi della Sapienza come Antonino Terranova, Giorgio Milanetti, ma anche con Scandurra, Cellamare,[16] con Carla Subrizi, con il collega Roberto De Angelis e tanti altri. Certamente l’Ateneo Federato SUAA, prematuramente scomparso grazie alla legge Gelmini, applicata con  particolare sollecitudine a Roma, dove si è addirittura prevenuto il cambiamento previsto, aveva iniziato ad operare in tal senso. Restano significative pubblicazioni, rapporti amicali che ci si augura possano essere utilmente ripresi da più giovani colleghi. Resta il rimpianto per una importante esperienza scomparsa prima che avesse potuto svilupparsi in modo adeguato, e che pure ha saputo, in pochi anni di vita (quattro) dare vari frutti.

Importante, il confronto tra discipline su queste tematiche. Basti pensare all’importanza, sottolineata di regola dai sociologi, del tenere presente, allorché si parli di paesaggio urbano, le esigenze degli abitanti, oltre che quelle della cultura. Restano problemi di fondo, tra cui quello fondamentale di come vadano oggi studiate queste realtà, una volta che la basilare dicotomia centro/periferia si è dimostrata insufficiente.

 

Conclusioni

Ho molto amato insegnare nell’Università. Ho molto creduto nella possibilità di destare l’interesse degli studenti su certe tematiche precedentemente ignorate. Ho potuto vedere molti studenti, uomini e donne, andare avanti negli studi, nella specializzazione. Costruirsi competenze e futuro: anche se non nell’università. Ma forse, data la situazione attuale di carenze di fondi, di accorpamenti, di burocratizzazione imperante, non tutto il male è venuto per nuocere: credo che dovunque andranno potranno essere apprezzati e farsi onore.

Chiudo ringraziando infine i miei collaboratori, quelli che hanno resistito negli anni e sono ancora oggi presenti, che non si sono lasciati scoraggiare dalle tante difficoltà in cui sono incorsi a loro devo davvero un caloroso ringraziamento, insieme ad ogni augurio per un futuro migliore.

 



[1] Io ad esempio ho potuto anche studiare lettere inviate lungo l’arco di vari anni a un sensitivo romano, Umberto Di Grazia. Il relativo libro, Fede, mistero, magia. Lettere a un sensitivo, uscito da Dedalo (Bari, 1991), ha fatto sì che io sociologa vincessi un premio Pitré, di regola riservato all’antropologia culturale.

[2] Maria Immacolata Macioti, Lettera da un Iran pre-elettorale. “La critica sociologica”, 172, 2009

[3]Ad esempio io stessa dirigo una collana per l’editore Aracne, che in poco tempo ha già pubblicato quattro testi.

[4] Tra l’altro la mia conoscenza della religiosità popolare, dei pellegrinaggi, ha fatto sì che potessi fare da consulente a un programma Rai ipotizzato in vista dell’anno giubilare 2.000, “Da qui all’eternità”, il cui capo progetto era la dott.ssa Gabriella Pini e che affrontava il tema dei pellegrinaggi nelle principali religioni, nel mondo.

[5]In ventotto articoli, il Trattato è stato fatto in New York, il 2 aprile 2013. L’Italia è stata, con la Germania, tra i primi firmatari.

[6]Franco Ferrarotti, L’enigma di Alessandro. Incontro fra culture e progresso civile, Roma, Donzelli, 2000

[7]Stime certamente al ribasso. Frontex, l’Agenzia Europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli stati membri dell’U.E., nata nel 2004, solo tra il 2006 e il 2012 si è vista assegnare 515,8 milioni di euro. Senza contare i fondi per i rimpatri  (676 milioni di euro tra il 2008-2013) e quelli spesi in Italia per i CPTA, Centri di Permanenza Temporanea e Assistenza, poi CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione: un miliardo di euro è stato speso per la loro gestione, tra il 2005 e il 2011. Recentemente poi sono uscite cifre riguardanti i rom, grazie al Rapporto Segregare costa. La spesa per i ‘campi nomadi’ a Napoli, Roma e Milano, che denuncia 100 milioni di euro spesi in 7 anni per i ‘campi nomadi’,tra il 2005 e il 2011,  senza che per altro si siano avuti risultati apprezzabili.

[8] Gli immigrati in Italia è stato uno dei primi libri che in Italia abbiano affrontato la tematica in termini sia economico-lavorativi (Pugliese) che con un’ottica di genere e attenzione alla cultura (Macioti). Ha avuto quindi molte edizioni (nel 1998 era all’ottava edizione) e ha vinto il premio Pozzale-Luigi Russo. L’esperienza migratoria. Immigrati e rifugiati in Italia è del 2005; l’ultima edizione è del 2010.

[9]Già direttore, per anni, di un Osservatorio provinciale sulle migrazioni, oggi Perrone dirige l’ICISMI, International Centre of Interdisciplinary Studies on Migrations.

[10]Per non parlare dello CSER, Centro Studi Emigrazione, Roma con la sua rivista “Studi Emigrazione”, nel cui comitato scientifico sono presente da anni con altri studiosi e amici tra cui Enrico Pugliese.

[11]Impossibile ricordare e ringraziare tutti coloro che hanno dato aiuti al master, o con cui abbiamo avuto rapporti di lavoro, dalla Caritas Migrantes all’ISFPOL, dalla Unioncamere, che ha a lungo sostenuto il master con borse di studio, al CNE, all’ANCI, che ci ha offerto una sede per anni, prima che approdassimo all’ANRP, ecc.

[12]Franco Ferrarotti, Histoire et histoires de vie, (ré)édition Téraèdre, Paris, 2013, Préface de Georges Balandier, Introduction de Antonella de Vincenti e Gaston Pineau. Le altre due opere in italiano su queste tematiche, uscite sempre dalla Laterza, sono La storia e il quotidiano (Roma-Bari, 1986) e Il ricordo e la temporalità (Roma-Bari, 1987).

[13]L’ANRP ha dato vita all’Archivio Nazionale Ricordo e Progresso, dà vita a ricerche, presentazioni, momenti di confronto sui temi della memoria. Ha ospitato oltre al Miris, Master Immigrati e Rifugiati, per qualche anno anche il master Biografia Storia e Società.

[14]Impossibile dar conto dei tanti enti con cui ho potuto lavorare,. Certamente il Miris ha voluto dire anche avere contatti con l’Istituto Superiore di Polizia, con il Ministero della Giustizia, specialmente con il Dip. Giustizia minorile, con il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale, Direzione Generale per le Politiche per l’Orientamento e la Formazione, con l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, ecc.

[15]Da cui il libro poi uscito con Sandro Teti, Periferie da problema a risorsa (Roma, 2009).

[16]Per anni abbiamo partecipato, con il Dottorato Teoria e Ricerca Sociale, ad attività promosse dal dottorato diretto da Enzo Scandurra, a Ingegneria e viceversa; oggi, e non è un caso, questo Dottorato è qui presente con Carlo Cellamare, che ringrazio.


 
Prof. Ordinario Sociologia Unversità La Sapienza Roma
  download
lectio pdf                                   bio e cv pdf