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ALBERTO MANODORI SAGREDO

 


 
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A proposito di Alberto Manodori Sagredo

 

Per Alberto Manodori Sagredo la fotografia è uno specchio non tanto che riflette il soggetto fotografato ma l’autore della fotografia. Uno specchio particolare che può esistere di per se: “Una fotografia finisce per essere una scena che vive di vita propria, quasi non fosse mai stata inquadrata scelta dal fotografo. Essa parla di ciò che è stato, e solo dopo una volontaria riflessione dell’osservatore, denuncia la personalità dell’autore.”

E di autore e di fotografo si tratta questa volta poiché il fotografo è anche un autore o viceversa. O altrimenti il fotografo scatta foto, quasi fosse un reportage giornalistico fatto per parole e immagini, secondo le esigenze che l’autore ha per comporre il suo libro sulla fotografia.

E il titolo del libro che non ha a caso è pubblicato nella collana: Specchio Fotografico, è A proposito di fotografia. (Universitalia Edizioni Roma 2015)

Si capisce subito che l’interesse sia nel fare sia nello scrivere sulla fotografia è metalinguistico. E’ la storia della fotografia dei suoi perché e dei suoi per come che interessa Manodori Sagredo, quasi volesse costituire un breve dizionario o manuale per l’uso ma non da un punto di vista tecnico ma secondo lo specchio della riflessione sul che cosa muove ancora oggi a immortalare con uno scatto una qualsiasi scena della vita. E’ quasi una indagine che ha che fare con la creazione divina del mondo immanente quella che si apre quando si decide di fotografare qualcosa, perché la foto esiste come rapporto di luce con la realtà: “Quando la macchina fotografica apre il suo obbiettivo per ricevere la luce e con essa l’immagine del mondo o il ritratto di una o più persone, allora insegue la luce e non solo per catturarla, ma per stabilire con esse un rapporto che è quasi un dialogo o una ricerca di verità.”  

Ciò che interessa Manodori nella sua attività di fotografo è l’oggetto stesso della macchina fotografica, una specie di ossessione maniacale dello stesso oggetto da scoprire e ritrarre. Viene da pensare a Morandi e alla sua spasmodica raffigurazione di bottiglie e vasi come oggetti privilegiati nei quali far convergere tutta la ricerca artistica di volumi, forme e luce. Ma la scelta di Manodori non può escludere chi sta dietro o che osserva le varie realtà ritratte. Così, alle strade deserte di Atget deve per forza sostituire le tante persone che oggi ormai sono dietro alle macchine fotografiche, siano queste persone professionisti dello scatto o turisti occasionali. E’ un gioco quasi barocco senza fine che si rimanda all’infinito come appare evidente nella foto dei coniugi Manodori Sagredo che si ritraggono l’uno con l’altro, sebbene nel ritratto alla fine compaia solo la moglie Claudia mentre l’occhio del fotografo, assente ai nostri sguardi, resta quello di Alberto.

 

Vittorio Pavoncello

albertomanodorisagredo

Alberto Manodori Sagredo, patrizio reggiano e veneziano, di patria romana, allievo del Nobile Collegio Nazareno, già archeologo, insegnante di Storia dell’Arte nel Liceo San Gabriele da 44 anni e docente a contratto di Storia della Fotografia, prima a Palermo, poi a Bologna e dal 2000 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Cav. della Repubblica, medaglia d’oro I Classe Benemerito della Cultura, Tenente di Vascello ad honorem dell’ANMI, Socio ordinario dell’Accademia degli Incolti, autore di saggi e curatore di mostre fotografiche e bibliografiche. È legato agli amici. Preferisce andare a piedi ricercando l’anima nascosta e popolare delle città che ama, fotografando. Indossa giacca e cravatta con qualunque clima. È goloso di storia, d’arte e di musica, delle cose antiche e della bellezza. Ha completato gli studi di psicoterapia analitica presso l’IPA, ma non ne ha mai ritirato il diploma. Cattolico, crede nell’ecumenismo più ampio. Si duole della progressiva perdita delle buone maniere. Apprezza la buona tavola, purché i piatti siano ben preparati. S’arrende facilmente ai dolci.