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Barbara Schaefer

Far vedere attraverso ciò che esiste ciò che non si vede è questo un modo per rendere visibile l'invisibile. Non che l'invisibile debba piegarsi e assoggettarsi alla voglia tutta umana di voler tutto vedere, ma di un altro invisibile si parla nelle foto di Barbara Schaefer,di quell'invisibile che l'arte stessa crea come invisibilità perchè non c'è se non nella sua forma artistica, e così la realtà, la scena quotidiana, si avvale di un elemento in più, di un'altra parte di realtà che è quella mostrata dall'artista.Le immagini della Schaefer ci mostrano così non quello che nella realtà è invisibile ma quello che manca, tutto ciò che in quella realtà così particolare non può esserci se non attravreso una immissione e un artificio artistico che rende quella realtà per metà vera e per metà falsa. e pur mostrandoci qualcosa e dandosi a vedere ci fa dubitare su ciò che vediamo e ci invita, cosa difficile per la fotografia, ci spinge a vedere con gli occhi della mente e ad immaginare più che a vedere.

G.R.

 

Dichiarazione dell’artista


La mia attività in varie forme artistiche - danza, coreografia, scrittura e musica - ha influenzato e migliorato il mio lavoro primario di artista visiva. L'interrelazione di queste discipline sviluppa la mia consapevolezza dei principi di base che sono essenziali in tutte le forme d'arte. Iniziare con tutte le forme d'arte richiede presenza e pazienza, mettendo in luce il lavoro, anche quando nulla sta apparentemente accadendo. Quindi, ascolto, osservazione, risolutezza, ma anche liberazione sono necessari per il processo creativo. Inoltre, l'arte non è separata dalla crescita dell’ essere umano ed è spesso cosa spaventosa e dolorosa, che richiede soprattutto coraggio e assunzione dei rischi.
Vedo il mio processo di pittura come quello di "scavo archeologico", in cui accumulo strati e raschio via, per scoprire quello che c'è, o che cerca di emergere. Confidando nella mia intuizione, estraggo qualcosa che è fresco e spesso sorprendente.
La scrittura, un rituale del mattino per molti anni, affiora spesso nei miei quadri. A volte le parole e le righe di poesia si intrecciano come parte della stratificazione della struttura, trattenendo e costruendo simbolicamente e materialmente il dipinto. Altre volte, nasce una forma di scrittura automatica, che richiama caratteri calligrafici da una varietà di culture.
Il mio lavoro più recente con la fotografia digitale si è sviluppato dal mio rapporto con il computer e la tecnologia. In un primo momento le immagini fotografiche, stampate su diapositive, erano integrate nei miei quadri. La fotografia digitale si è poi diventata totalizzante e autosufficiente - con il suo gioco altamente sensibile di luce, struttura e sorpresa - per il mio interesse a catturare l'invisibile che diviene visibile.
La mia esperienza di vita a Roma dal 1983 al 1995 ha avuto un impatto significativo e molta influenza sul mio lavoro. La bellezza della città mi ha ispirato verso raffinatezza e scelta estetica, mentre la sua storia onnipresente, come le facciate della vecchia Roma, erose e ricoperte dalla loro patina, permea il mio lavoro. La lingua e la cultura italiana, così ricche e vivaci, mi hanno costretta a pensare e ad agire in modi che non avrei altrimenti scoperti. Vedo questo nel mio lavoro, nelle tele fortemente tramate e non tese che utilizzo e che sembrano essere parte del muro, e che spesso ricordano gli affreschi italiani. Inoltre, nella mia fotografia più recente, un senso di antichità permane nel mio lavoro, nonostante l'uso delle moderne tecnologie.

 

 

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absence-numinous-presence

 

I mondi bianchi della luce

Lo spazio contiene mondi celati allo sguardo di chi vuole penetrare i segreti diffusi, che la scienza e

l’arte esplorano da sempre, riconoscendone l’indipendenza, l’autorità. La mostra di Barbara Schaefer

vuole essere un omaggio al rapporto inscindibile dell’uomo con la capacità di vedere e dell’apparire

nell’oltre di un’esistenza.

L’esistenza, con ogni sua forma, scorre tra il visibile e l’invisibile, tra il noto e il non noto, all’interno di

un moto continuo tra infinite possibilità.

L’azione individuale scorge con stupore di trovarsi sulla soglia e davanti un grande mare da

‘navigare sempre e vivere sempre’, rievocando l’immagine di Soukurov in Arca russa o rammentando

il pensiero di Piero Manzoni o semplicemente ricordando una piccola opera, un carta dipinta con

segni bianchi A song from the Atlantic Ocean, donatami nel 1991dalla stessa artista. L’aveva realizzata

guardando l’oceano!

L’arte del Novecento segna l’ingresso in uno spazio privo di un punto focale, un concetto di distesa

assoluta, autoritaria con cui l’opera dialoga rivelando ambiguità esistenziali. La fotografia e il rapporto

con la luce osano, interrogano possibili rappresentazioni, inquietanti per la nuova percezione.

Ho avuto la possibilità di seguire il percorso di Barbara Schaefer, di soffermarmi sul suo linguaggio,

in occasioni di mostre che hanno segnato il passaggio nel rapporto con la profondità del concetto di

spazio, bianco, umanista.

In Extremely Urgent, Barbara Schaefer crea l’idea dell’attraversamento spaziale utilizzando, con la

tecnica del collage, il logo della posta rapida americana. In “The curtain”, lo spazio è il luogo bianco,

da cui emerge la nudità dell’anima difesa dal corpo, nel linguaggio della fotografia inserita nella pittura.

Nella raccolta Assenza / Presenza, proposta per gli spazi del (Museo Comunale d’Arte Moderna e

dell’Informazione) MUSINF di Senigallia, l’artista presenta opere interamente fotografiche in cui elabora

la creatività dello spazio nell’incontro con la luce notturna.

Le opere esplorano la ricchezza dello spazio notturno tra le mura della città di Roma o della sua abitazione,

nel dialogo con il silenzio dei luoghi e delle immagini. Le foto nascono da uno scatto unico,

dopo un’esposizione che vaporizza la visione. Gli scorci di vita riportano una poetica del tempo, del

suo scorrere tra ondeggiamenti di luce che rivelano visioni inquietanti, eco di plasticità luminose,

sfuggenti all’occhio nudo.

Il biancore del vuoto emerge dallo spazio di un istante assumendo una figura riconoscibile nei tratti,

secondo un tradizionale modo di vedere. Aldilà di possibili riferimenti è affascinante l’emersione dei

bianchi dal rapporto materia – vuoto, ombra-materia. Le opere Assenza (1-5) sembrano negare il

titolo stesso dimostrando l’esistenza di un’essenza indipendente dal medium fotografico, capace di

aleggiare nello spazio, di proporsi come aura di un infinito esistere.

Il bianco delle figure, spesso assorbito dalla materia, dall’oscurità del muro, diviene linguaggio estremo,

plasticità luminosa tra la convergenza dei moti corpuscolari. La memoria della luce, a noi sconosciuta,

pone l’arte di fronte al mistero dei suoi linguaggi creativi. Le opere Tarantata (1- 2) configurano

il concetto di danza sfuggente all’umana catalogazione, come la popolare danza dell’Italia meridionale

per proteggere le emozioni del mondo femminile.

L’artista impagina le opere rispettando il percorso, il tempo, l’esperienza dei luoghi, degli ambienti,

che fanno da supporto al comportamento della luce e alla sua azione di riflessione.

I titoli – Presence, Absence, Tarantata, Absence-numinous-presence, Absence- precognition –

presence, Absence - awakening – presence, Transparency - presence – enlightenment, Presence -

relevance – absence, The dancer returns home, Continuum movement, Ascensione – tracciano la

parabola di eventi, di performances della luce tra presenze umana e sublimazioni artistiche. Gli episodi

si traducono in rappresentazioni evanescenti lungo la frontiera labile della luce nell’incontro

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dell’assenza, della presenza. Le oggettualità, le opere d’arte presenti nei differenti ambienti, i personaggi

che si muovono nello spazio definito, vissuto dell’abitazione, sembrano svuotati dalla luce, che

assorbe le connotazioni, penetra i volumi, ne restituisce un’immagine umida. Ne deriva una situazione

in cui è possibile percepire una dematerializzazione dei corpi reali accanto ad un incoraggiamento

per le ombre bianche ad esistere plasticamente. Il procedimento fotografico elaborato da Barbara

Schaefer rammenta l’olografia, dove i fasci luminosi, collimanti ( del laser), restituiscono l’immagine

tridimensionale dell’oggetto attraversato. La qualità dell’immagine, definita umida, vaporosa riconduce

alla descrizione del fenomeno visivo narrato da Aristotele in Piccolo trattato di storia naturale.

Per il filosofo greco la trasformazione della realtà in visione avviene per la presenza dell’umore diafano

all’interno dell’occhio e anche dell’aria. La luce, attraversando l’aria, agisce sul miracoloso umore

e rende visibile il colore e l’immagine. La spiegazione di alcuni procedimenti aumento l’emozione

verso il comportamento della luce. L’artista non interviene sullo scatto con i programmi di ritocco

nell’intento di restituire il fenomeno. La struttura dell’opera è in due momenti legati tra loro: il momento

dello scatto e la scoperta di un mondo oltre ciò che sta fotografando.

 

Vittoria Biasi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

www.barbaraschaeferart.com