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I mondi bianchi della luce
Lo spazio
contiene mondi celati allo sguardo di chi vuole penetrare i segreti
diffusi, che la scienza e
l’arte
esplorano da sempre, riconoscendone l’indipendenza, l’autorità. La
mostra di Barbara Schaefer
vuole essere un
omaggio al rapporto inscindibile dell’uomo con la capacità di vedere
e dell’apparire
nell’oltre di
un’esistenza.
L’esistenza,
con ogni sua forma, scorre tra il visibile e l’invisibile, tra il
noto e il non noto, all’interno di
un moto
continuo tra infinite possibilità.
L’azione
individuale scorge con stupore di trovarsi sulla soglia e davanti un
grande mare da
‘navigare
sempre e vivere sempre’, rievocando l’immagine di Soukurov in Arca
russa o rammentando
il pensiero di
Piero Manzoni o semplicemente ricordando una piccola opera, un carta
dipinta con
segni bianchi A
song from the Atlantic Ocean, donatami nel 1991dalla stessa artista.
L’aveva realizzata
guardando
l’oceano!
L’arte del
Novecento segna l’ingresso in uno spazio privo di un punto focale,
un concetto di distesa
assoluta,
autoritaria con cui l’opera dialoga rivelando ambiguità
esistenziali. La fotografia e il rapporto
con la luce
osano, interrogano possibili rappresentazioni, inquietanti per la
nuova percezione.
Ho avuto la
possibilità di seguire il percorso di Barbara Schaefer, di
soffermarmi sul suo linguaggio,
in occasioni di
mostre che hanno segnato il passaggio nel rapporto con la profondità
del concetto di
spazio, bianco,
umanista.
In Extremely
Urgent, Barbara Schaefer crea l’idea dell’attraversamento spaziale
utilizzando, con la
tecnica del
collage, il logo della posta rapida americana. In “The curtain”, lo
spazio è il luogo bianco,
da cui emerge
la nudità dell’anima difesa dal corpo, nel linguaggio della
fotografia inserita nella pittura.
Nella raccolta
Assenza / Presenza, proposta per gli spazi del (Museo Comunale
d’Arte Moderna e
dell’Informazione) MUSINF di Senigallia, l’artista presenta opere
interamente fotografiche in cui elabora
la creatività
dello spazio nell’incontro con la luce notturna.
Le opere
esplorano la ricchezza dello spazio notturno tra le mura della città
di Roma o della sua abitazione,
nel dialogo con
il silenzio dei luoghi e delle immagini. Le foto nascono da uno
scatto unico,
dopo
un’esposizione che vaporizza la visione. Gli scorci di vita
riportano una poetica del tempo, del
suo scorrere
tra ondeggiamenti di luce che rivelano visioni inquietanti, eco di
plasticità luminose,
sfuggenti
all’occhio nudo.
Il biancore del
vuoto emerge dallo spazio di un istante assumendo una figura
riconoscibile nei tratti,
secondo un
tradizionale modo di vedere. Aldilà di possibili riferimenti è
affascinante l’emersione dei
bianchi dal
rapporto materia – vuoto, ombra-materia. Le opere Assenza (1-5)
sembrano negare il
titolo stesso
dimostrando l’esistenza di un’essenza indipendente dal medium
fotografico, capace di
aleggiare nello
spazio, di proporsi come aura di un infinito esistere.
Il bianco delle
figure, spesso assorbito dalla materia, dall’oscurità del muro,
diviene linguaggio estremo,
plasticità
luminosa tra la convergenza dei moti corpuscolari. La memoria della
luce, a noi sconosciuta,
pone l’arte di
fronte al mistero dei suoi linguaggi creativi. Le opere Tarantata
(1- 2) configurano
il concetto di
danza sfuggente all’umana catalogazione, come la popolare danza
dell’Italia meridionale
per proteggere
le emozioni del mondo femminile.
L’artista
impagina le opere rispettando il percorso, il tempo, l’esperienza
dei luoghi, degli ambienti,
che fanno da
supporto al comportamento della luce e alla sua azione di
riflessione.
I titoli – Presence, Absence, Tarantata,
Absence-numinous-presence, Absence- precognition –
presence, Absence - awakening – presence,
Transparency - presence – enlightenment, Presence -
relevance – absence, The dancer returns home,
Continuum movement, Ascensione – tracciano la
parabola di
eventi, di performances della luce tra presenze umana e sublimazioni
artistiche. Gli episodi
si traducono in
rappresentazioni evanescenti lungo la frontiera labile della luce
nell’incontro
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dell’assenza,
della presenza. Le oggettualità, le opere d’arte presenti nei
differenti ambienti, i personaggi
che si muovono
nello spazio definito, vissuto dell’abitazione, sembrano svuotati
dalla luce, che
assorbe le
connotazioni, penetra i volumi, ne restituisce un’immagine umida. Ne
deriva una situazione
in cui è
possibile percepire una dematerializzazione dei corpi reali accanto
ad un incoraggiamento
per le ombre
bianche ad esistere plasticamente. Il procedimento fotografico
elaborato da Barbara
Schaefer
rammenta l’olografia, dove i fasci luminosi, collimanti ( del
laser), restituiscono l’immagine
tridimensionale
dell’oggetto attraversato. La qualità dell’immagine, definita umida,
vaporosa riconduce
alla
descrizione del fenomeno visivo narrato da Aristotele in Piccolo
trattato di storia naturale.
Per il filosofo
greco la trasformazione della realtà in visione avviene per la
presenza dell’umore diafano
all’interno
dell’occhio e anche dell’aria. La luce, attraversando l’aria, agisce
sul miracoloso umore
e rende
visibile il colore e l’immagine. La spiegazione di alcuni
procedimenti aumento l’emozione
verso il
comportamento della luce. L’artista non interviene sullo scatto con
i programmi di ritocco
nell’intento di
restituire il fenomeno. La struttura dell’opera è in due momenti
legati tra loro: il momento
dello scatto e
la scoperta di un mondo oltre ciò che sta fotografando.
Vittoria Biasi |