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Riflessioni dal Diario intimo di un critico militante

 

Riflessioni dal Diario intimo perché chi scrive non intende fornire strategie d’approccio alla professione, né tanto meno indicare metodiche d’assalto per  l’accaparramento di spazi, protezioni e prebende che solitamente vengono associati alle virtù indispensabili all’esercizio della professione del critico. Chi scrive vuole semplicemente dire della propria esperienza, dei propri credo e del modo in cui ha condotto e conduce la sua ricerca.  Non credo né ho mai creduto  che questo lavoro si configuri prevalentemente sulla capacità manipolatoria di distribuzione e ridistribuzione di soggetti artistici  ed eventi, anche se da una concezione siffatta ne possono evidentemente derivare ritorni d’immagine e visibilità considerevoli, spendibili nella logica dell’acquisizione di spazi – di potere decisionale  ed espositivi – non esclusivamente relazionabili alla bontà di progetti proposti. Questo lo dico supportandolo ad una  coerente più che ventennale militanza e malgrado sull’argomento circolino  opinioni odierne piuttosto diffuse di segno opposto. La critica, contrariamente all’ideologia sviluppata nell’ambito di un certo rampantismo vigente allineato a modelli mediatici massificati di basso profilo, non assume in sé, o quantomeno non sono questi gli aspetti che più la caratterizzano, compiti imprenditoriali da impresa svolgendo un ruolo prevalentemente organizzativo e di pubbliche relazioni. Doti, queste, certamente utili al fine di dare visibilità agli eventi espositivi organizzati, tuttavia complementari alla ricerca che rimane assolutamente l’aspetto più significativo e fondante della critica militante. 

Questo aspetto, niente affatto obsoleto, è anzi di primaria importanza. Il lavoro del critico è infatti quello di stabilire un ponte di comunicazione tra un pubblico, solitamente sfornito degli strumenti necessari alla comprensione dell’arte contemporanea, e gli operatori visivi e le giovani leve d’artisti che vanno costituendo un proprio linguaggio espressivo. La critica d’arte è un impegno professionale che necessita di tempi lunghi, di continui aggiornamenti, di visite agli studi degli artisti con i quali è indispensabile stabilire un rapporto  di fiducia reciproca. E’ un lavoro fatto di comunicazione e di sensibilità, di intuito  e di cultura . Di cultura e non di informazione spicciola perché chi scrive ha il compito di ricucire la fitta rete di relazioni storico-culturali nel cui contesto l’artista esprime la sua ricerca. A noi dotati di penna è affidato il compito di stabilire parallelismi, individuare anticipazioni o ritardi, capire quanto l’artista in questione risenta dello spirito del tempo o sia un precursore, quanto possa fare parte di una determinata tendenza o corrente artistica.

Personalmente ho conferito sempre grande importanza alle origini dell’artista, alla sua formazione, alle esperienze da lui maturate. Le opere, se si sa guardare, spesso parlano di questo: l’impostazione fortemente plastica del disegno può relazionarsi in un pittore ad una precedente o parallela esperienza scultorea o al desiderio di realizzarla che non ha potuto esprimere; un segno accentuatamente grafico può sottintendere, spesso associandosi all’uso di colori marcatamente anti-naturalistici, studi sviluppati più in ambito pubblicitario che non in quello di tradizione  accademica; la vocazione ambientale installativa fortissima in altri può denunciarne la formazione scenografica o architettonica; così come la modulazione ritmico-cromatica  di certa pittura può essere conseguente di una formazione anche musicale dell’artista. Tutto questo le opere lo raccontano sempre perché proiettano sulla superficie, sulle forme e nello spazio creati dall’artista la sua personalità e il suo vissuto.

Ritengo fondamentale visionare la produzione artistica nel suo insieme: appunti d’idee, bozzetti, opere finite, per cogliere nella sua pienezza lo snodo  interno di una data sperimentazione. Non è sufficiente per presentare una determinata mostra visionare esclusivamente le opere, se non addirittura le diapositive delle medesime, che vi saranno esposte. Esse costituiscono solo un tassello che necessariamente si relazione con altri, dal cui insieme emerge il senso compiuto di una ricerca, che a noi, dotati di penna attribuisce il compito di scoprirne i nessi, le svolte epocali, i periodi di transizione e i momenti auratici della piena maturazione.

Tutto questo avviene lavorando insieme considerandosi semplicemente compagni di strada. Non so, sarà forse perché sono figlia di un artista dal quale più che dall’Università credo di avere  imparato molto su questo lavoro, o forse anche perché fin da bambina a Parma  nella nostra casa ho visto passare artisti, studenti d’arte con le cartelle sotto il braccio, musicisti ed operatori teatrali – cantanti, attori marionettisti e burattinai –. Forse è per tutto questo, ma forse anche perché, probabilmente derivandolo da tutto questo,  non ho mai considerato i saperi scissi e ho sempre valutato positivamente la circolarità della conoscenza e delle idee tra persone che si stimano e perseguono obiettivi comuni. Forse è anche per questo, che dall’infanzia agli studi universitari ed oltre, ho continuato a prendere appunti su quanto le persone dicono, perché annotando mi obbligo alla massima attenzione e posso entrare più profondamente  in contatto con i loro valori e con  la loro cultura. Gli appunti sono una cinghia di trasmissione di correnti energetiche e di pensieri condivisi, che corredati di schizzi, chiose e freccette a più colori esercito ancora  anche negli studi degli artisti. Ciò che l’artista dice del suo operato a me serve per fissare meglio le idee, per conoscerlo  più consapevolmente nel profondo della sua ricerca. A noi dotati di penna gli artisti possono dare con il loro lavoro e con ciò che dicono molti spunti di riflessione. A condizione di avere intuito e, soprattutto,  di sapere  ascoltare.

 

Ivana D’Agostino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Figlia d’arte, Ivana D’Agostino è laureata in Lettere Moderne con indirizzo storico-artistico, ed ha conseguito la Specializzazione (biennio post-laurea) in Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea. Oltre ad essere docente di Storia dell’Arte Contemporanea e di Storia dell’arte e del Costume presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, avendo studiato anche Scenografia, ha lavorato in teatro, cinema e televisione come
costumista, assistente costumista e scenografa, collaborando con Maria Baronj Cecchi, Eugenio Guglielminetti, Danda Ortona, Bonizza Giordani Aragno, e tra i registi con Vera Bertinetti, Francesco Maselli, Ugo Gregoretti, Pupi Avati, Tommaso Sherman, Renato Carpentieri. Da qui l’insegnamento di Figurino di Moda all’Istituto Europeo del Design di Roma (1988-1993) e di Storia dell’Architettura all’Accademia delle Arti e Nuove Tecnologie di Roma (1996-2004).
La particolare formazione culturale ne ha fatto un’ osservatrice attenta delle relazioni intercorse dal XIX secolo ad oggi tra arti visive, teatro e spettacolo.
Storico d’arte, critico d’arte è giornalista pubblicista. Già direttore artistico delle gallerie romane Pont des Arts e Bha Art, dal 2000 è curatore dello Studio Arte Fuori Centro di Roma e della Biennale del Libro d’ Artista di Cassino. Collabora con la rivista internazionale “The Scenographer”.